Gabriele D'annunzio - Opera Omnia >>  L'Isottèo - La Chimera




 

ildannunzio integrale brano completo citazione delle fonti romanzi opere storiche e letterarie in prosa e lettere, premio nobel



I S O T T È O

A DONNA MARIA GALLESE
GABRIELE D'ANNUNZIO
DEDICA.

AL LIBRO DETTO ISOTTÈO.


PALAGIO D'ORO, nobile magione
de la Speme, de 'l Riso e de' Piaceri,
ove sotto i belli archi alti e leggeri
danzano i Sogni cinti di corone;

Selva d'oro ove Amor, nudo garzone,
con i Desiri, cupidi sparvieri,
con i Peccati, veltri agili e neri,
attende a la sua dolce cacciagione;

Fonte d'oro ove candidi e tranquilli
vanno i cigni di Venere per torme
facendo a 'l dorso calice de l'ale;

O mio libro, convien che più sfavilli
sonante il verso e più ridan le forme
quando Isaotta Guttadàuro sale.


I.

IL DOLCE GRAPPOLO.


I.

O madonna Isaotta, il sole è nato
vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando:
ei su' vostri balconi ha ravvivato
le rose che morìan trascolorando.
Sorga da l'ampio letto di broccato
or la vostra beltà lume raggiando.
O madonna Isaotta, il sol che v'ama
con un lucido cantico vi chiama;
e gridano i paoni a quando a quando.

Udite voi salir nostre preghiere
o ancor vi tiene il Sonno in tra le braccia?
Dolce sarebbe a' nostri occhi vedere
i primi raggi su la vostra faccia
ove il trapunto lin de l'origliere
ne la notte lasciò sua rosea traccia.
Palpita il vostro sen con più veloce
ansia a' richiami de la nostra voce,
mentre la fante il busto alto v'allaccia?

«Levasi a lo mattin la donna mia
ch'è vie più chiara che l'alba del giorno,
e vestesi di seta Caturìa,
la qual fu lavorata in gran soggiorno
a la nobile guisa di Surìa»,
canta l'Antico nel poema adorno.
«Il su' colore è fior di fina grana,
ed è ornato a la guisa indiana;
tinsesi per un mastro in Romanìa».

Levasi da 'l gran letto in su l'aurora
la mia donna; e la sua forma ninfale
tra le diffuse chiome a l'aria odora
e a 'l sol risplende più bianca del sale.
Tutta di gocce tremule s'irrora
ne 'l lavacro di marmo orientale.
Miran le statue a torno quella pura
forma e tessuta ad arte in su le mura
ride la greca favola d'Onfale.

Ridono i fatti di Venere dia
su 'l cofano di cedro, alto lavoro
d'artefici maestri di tarsìa,
che sta ne 'l mezzo d'un bacile d'oro;
ove con signorile atto la mia
donna gitta incurante il suo tesoro
di smeraldi, rubini e perle buone
che piovon come per incantagione
sovra il metallo nitido e sonoro.

Ella, composta in vago atteggiamento,
a mezzo de la rara conca emerge;
e la fante con anfore d'argento
pianamente d'ambrate acque l'asperge.
Al diletto ella freme, e con un lento
gesto la chioma rorida si terge.
Come tondi i ginocchi e come bianchi!
Han dal respiro un dolce moto i fianchi
e il petto ad ogni brivido s'aderge.

O madonna Isaotta, è dura cosa
ir le beltà non viste imaginando.
A voi conviene omai d'esser pietosa
poi che da tempo in van prego e dimando.
La bocca picciolella ed aulorosa,
la gola fresca e bianca in fine quando
concederete al bacio disiato?
O madonna Isaotta, il sole è nato
vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando. —


II.

Così chiamai l'amata in nona rima,
sotto il grande balcon di tiburtino
ov'han lo scudo i Guttadàuro-Alima
con gocce d'oro in campo oltremarino.
Dormìa la villa ne 'l silenzio: in cima
a li aranci de 'l nobile giardino
aprivano i paoni le gemmanti
piume verso la luce, e de' lor canti
striduli salutavano il mattino.

Ella apparve. — Buon dì, messer cantore! —
disse ridendo con gentile volto.
— Non questo è il tempo gaio de 'l pascore,
ma voi siete di ver loquace molto.
Or seguite a trovar rime d'amore,
chè con benigno orecchio, ecco, v'ascolto. —
Io le dissi: —Madonna, io son già fioco.
Or voi di sì salutevole loco
scendete a me che son di pene avvolto! —

Ella tacque; ed il capo inchinò mite:
ne li occhi le ridea novo pensiere.
Tutta quanta di porpora una vite
saliva da l'inferïor verziere,
e le bacchiche foglie colorite
mesceansi con le rose a le ringhiere.
Avean piegato un dì li aspri sermenti
a la copia de' grappoli rubenti
che il padre Autunno infranse nel bicchiere.

Ella disse ridendo: — Io pongo un patto,
vago sire, a la mia dedizïone.
— Il vago sire — io dissi — accoglie al tratto
quel ch'Isaotta Guttadàuro pone.
Ed ella: — Quando un sol grappolo intatto
ne' vigneti che bagna il Latamone
lungh'esso il chiaro colle solatìo
troveremo, io sarò pronta al disìo
vostro e sarete voi di me padrone. —


III.

Ella discese allora: un giuramento
fece sicuro il gran patto d'amore.
E prendemmo la china. Senza vento
era l'aria; ne 'l placido candore
erano i campi senza ondeggiamento,
brevi selve di canne erano in fiore.
Quasi una gratitudine beata
al sole offrìa la terra bene amata:
era novembre, il tempo de 'l sopore.

D'innanzi, il Latamon, fiume regale,
lambiva in suo lunante arco i vigneti
ove l'ebro clamor vendemmiale
ed i carmi de' rustici poeti
salutato avean già l'almo natale
de 'l vino autor di gioia, ora quieti.
Disse Madonna: — Siate accorto e saggio:
quivi incomincia il pio pellegrinaggio. —
D'in torno s'inchinarono i canneti.

Io dissi: — Non mi giova la fortuna,
o madonna Isaotta, ne 'l trovare. —
Ed ella a me: — Non ha virtude alcuna
il fino Amore per v'illuminare?
Il grappolo tardìo dove s'aduna
da lungo tempo, come in alveare,
la dolcezza del miele a 'l lento foco
de 'l sole, aspetta noi per qualche loco. —
Io dissi: — Non mi stanco di cercare. —

Noi camminammo giù per la vermiglia
china che discendeva all'acque d'oro.
Da lungi a quando a quando una famiglia
di villici sorgendo da 'l lavoro
ci guardava con alta maraviglia;
e le fanciulle interrompeano il coro.
Venendo innanzi con giulivo ardire
una gridò: — Che mai cerchi, o bel sire? —
Ed io risposi a lei: — Cerco un tesoro. —

Noi così camminammo: ella men lesta,
poi che non concedeami anco la mano.
In guardare tenea china la testa,
bella come la bella Blanzesmano
allor che cavalcò per la foresta
a fianco a 'l suo Lancialotto sovrano.
Le fronde sotto i pie' stridevan forte;
ma a quelle viti ignude aspre e contorte
li occhi chiedevan la dolce esca in vano.

Disse Madonna: — Riposiamo al fine. —
Era lungi un trar d'arco il bel rivaggio.
L'alta erba mareggiava in su 'l confine
placidamente, come biada a maggio;
or sì or no giungea da le colline
di citisi e di timi odor selvaggio.
Pareva il sol d'autunno per le chiare
vie de 'l cielo un novello orbe lunare:
i vapori facean mite il suo raggio.

Ella disse. Non mai le sue parole
ebber soavità così profonda:
cadevan come languide viole
da l'arco de la sua bocca rotonda.
E quel sorriso fievole de 'l sole
ancor la testa le facea più bionda.
Era, d'intorno, un grande incantamento.
Era il diletto mio qual d'uom che, lento,
in giaciglio di fiori ampio s'affonda.

Tacque. Uno stuol d'augelli, d'improvviso,
attraversò con ilari saluti.
Noi trasalimmo, come ad un avviso
misterioso de la terra; e, muti,
impallidendo ci guardammo in viso.
Poi prendemmo sentieri sconosciuti.
I pioppi nudi e senza movimento
parevan candelabri alti d'argento;
ed i lauri fremean come leuti.


IV.

Oh ne la valle concava d'Orlando
inaspettata vista del tesoro!
Giacea la bella vigna fiammeggiando
con tralci di rubino e foglie d'oro;
e uno stuolo d'augelli roteando
facea ne 'l mezzo de la vigna un coro,
— O madonna Isaotta, ecco la vita! —
io le gridai, con l'anima rapita.
Ed in alto gridò lo stuol canoro.

Io la trassi a quel loco: ella più lesta
venìa, chè forte io la tenea per mano.
Tutta rosea volgea da me la testa,
bella come la bella Blanzesmano
allor che la baciò per la foresta
l'amato suo Lancialotto sovrano.
E le dissi: — O Madonna, io tengo il patto.
Per voi colgo il fatal grappolo intatto. —
Ella mi diede il bacio sovrumano.


II.

BALLATA
D'ASTÍOCO E DI BRISENNA.


Amor, quando fiorìan ne 'l bel paese
il biondo Astíoco e Brisenna reina,
da 'l colle a 'l pian, da 'l fiume a la marina
sonavan alto le tue chiare imprese.

La terra di Brolangia era un verziere,
in figura d'un sistro, ismisurante.
Il verde paradiso due riviere
cingeano, come braccia d'un amante.
Il suol crescea meravigliose piante,
nudrito da le pingui alluvïoni.
Quivi tennero lieti eptameroni
il dotto Astíoco e Brisenna cortese.

La bontà che venìa da' lor costumi
era sì dolce, o Amore, e sì profonda
che il suolo si coprìa di rose e i fiumi
volgean oro smeraldi ambra ne l'onda;
e, come ne la Tavola Ritonda,
ragionavano i tronchi e le fontane,
potea la Luna su le menti umane,
munían gl'incanti ai prodi elmo e pavese.

Su la cima del bel colle d'Orlando
sorgevano i palagi, aperti a 'l giorno.
Diecimila colonne scintillando
ricorrevan per l'alte moli a torno.
Vi saliva una scala, in doppio corno,
ampia, coperta di fanti e d'arcieri,
di messi, di valletti e di levrieri,
di dame e di donzelle in ricco arnese.

Convenivan le donne de' poeti
ivi, in un luogo detto Galaora;
e sedeano in su' fulgidi tappeti,
ove li amor di Cefalo e d'Aurora,
illustri opere d'ago, uscieno fuora
qua e là di tra le vesti ricoprenti.
Sedean le donne, in bei componimenti
di grazia, ad ascoltar la serventese.

Oh fontana d'Elai, per molti getti
ricadente ne 'l vaso di porfíro,
che dieci ninfe e dieci satiretti
reggean, piegati ad una danza, in giro!
Immergeavi una coppa di zaffiro
Brisenna, e la porgeva a 'l rimatore.
Celava l'acqua in sè virtù d'amore
che in cor mortale si facea palese.

Ma le belle traevansi in disparte.
Venivan quindi per eguali torme
di sette; e digradando in lungo ad arte
imitare volean l'ímpari forme
de 'l flauto che il dio Pan seguendo l'orme
di Siringa construsse in su 'l Ladone.
Come le canne, l'agili persone
tutte vibravano, a la danza intese.

Ogni torma correa verso l'eletto.
Ad una ad una le bocche fragranti,
le bocche dolci più che miel d'Imetto,
egli baciava, splendido in sembianti.
Fuggia la torma, ed ecco l'altra avanti.
E svolgeasi così, lungo i roseti,
la danza; mentre li èmuli poeti
a tal vista fremean nuove contese.

Oh fontana d'Elai, dove son l'acque
che un dì fluiron per sì larga vena?
Dov'è il murmure tuo che tanto piacque
a 'l mite Astíoco e a Brisenna serena?
Cadde una notte ne 'l tuo sen la piena
Luna, divelta per forza di carmi.
S'infransero a 'l tremore orrido i marmi,
e fumaron stridendo l'acque incese.


III.

ISAOTTA NEL BOSCO.


BALLATA I.

Pur jeri (uscían da la recente piova
i cieli, tersi più che vetri schietti)
andavam co' ginnetti
pe' boschi de la valle cavalcando.

Ella, dritta in arcioni, agile e franca,
reggea ne 'l pugno i freni
e moveali con varia maestría.
Piegava ad arco il ginnetto la bianca
chioma e fervea con leni
giochi, sommesso a quella tirannía;
e la sua leggiadría
e la beltà d'Isotta e il bosco intento
e li albori sereni,
che di velari penduli d'argento
adornavano il bosco in tutti i seni,
facean così gentil componimento
ch'io mi chiesi: — Non forse in lor balía
hannomi i Sogni? — E stetti dubitando.


BALLATA II.

Non m'avevano i Sogni in lor balía;
chè mi disse la Bella, ad un radore:
— Senti soave odore
di viole, che giunge a quando a quando! —

Su' freschi venti odore di viole
giungea, soave e forte;
trepidavano li alberi novelli,
in torno; e aprivan loro gemme a 'l sole
le rame ésili e torte;
e verzicavan fitti li arboscelli,
come verdi capelli
ondeggiando ne l'aria ad ogni fiato.
E parevan le morte
ninfe rivivere, e parea rinato
Pane al mondo, ed alfin parean risorte
tutte le deità del tempo andato,
ma quali un dì le vide il Botticelli
in su' poggi di Fiesole vagando.


BALLATA III.

Ella disse: — Cerchiamo le viole
tra l'erbe, chè non son lungi nascoste. —
(O fiori, che a me foste
cagion di gaudio, vostro pregio io spando.)

Balzai a terra; ed ella, anche d'un salto,
vennemi sovra il petto,
ridendo. Propagaronsi per l'òra
le freschissime risa, in mezzo a l'alto
silenzio; ed il ginnetto
anitrì ver la dolce sua signora.
Noi ci mettemmo allora
su l'odorosa traccia a ricercare
ne 'l bosco giovinetto.
Chini su 'l suol pratío, senza parlare,
noi eravamo intesi a quel diletto.
S'udivano i cavalli pascolare
da presso e impazienti ad ora ad ora
scuoter li arcioni, forte respirando.


BALLATA IV.

Piovea su 'l verde il sol di marzo, infranto,
però che avea co' rami allegra lotta.
E le man d'Isaotta
sparivano in tra 'l verde, a quando a quando.

Oh mani belle, oh mani bianche e pure
come ostie in sacramento,
dolci a li afflitti, prodighe, regali
meglio che a' tempi gai de l'avventure!
Oh mani che il cruento
cuor nostro ignavo e le piaghe mortali
e tutti i nostri mali
con infinita carità guariste,
ed a 'l nostro tormento
le porte d'oro de' bei sogni apriste,
e a 'l nostro ardore cieco e vïolento
in coppa d'oro un vin sereno offriste!
Oh bianche mani, oh gigli spiritali
tra le viole, ne 'l chiarore blando!


BALLATA V.

Riprendemmo la via, con i ginnetti
ch'eran più vivi e più giocondi. Al corso
anelavano; e il morso
tingean di calda bava, scalpitando.

Ora la selva, innanzi a li occhi nostri,
misteriosa e grave,
ergeva i tronchi e i rami a 'l ciel maggiori;
e, lunga componendo ala di chiostri,
volgeasi in ampia nave,
qual dòmo, o spaziava in alti fòri.
Avea cupi romori.
Ella disse: — Non dunque tal sentiere
mena a 'l loco soave
u' la Bella, aspettando il Cavaliere,
dorme sepolta in tra le chiome flave
che crebbero per mille primavere? —
Ond'io sorrisi. Ed ella: — Or quali amori
sogna colei ne l'animo, aspettando? —


BALLATA VI.

— Non sogna — io dissi. Ed ella: — Io so che un giorno
venne il sire a fugar da que' cari occhi
l'incanto, ed a ginocchi
baciò la rara mano, supplicando.

Ei parlò di tesori e di castella,
di terre ismisurate,
d'omaggi e di diletti senza nome.
Lucidamente arrisegli la Bella,
dicendo: «Voi mi fate
«onor grande, o mio sire. Ma pur, come
«sorga l'alba, le some
«voi leverete, a ritrovare l'orme.
«Altre plaghe ho regnate!
«Eranmi schiavi li astri in lunghe torme;
«e in tal regno le feste ho celebrate
«de' suoni de' colori e de le forme.»
Disse; e di nuovo arrise, ne le chiome
ampie, come in un gorgo, profondando. —


BALLATA VII.

Il mister favoloso in cui la selva
era sommersa, e quella voce umana
che dava ad una vana
ombra la vita, e quel chiarore blando,

il senso mi cingean di tal malía
ch'io mi credeva udire
suono di corni in lontananza ròco
e veder cervi a mezzo de la via,
grandi e candidi, escire
con in fronte una croce alta di fuoco.
Strano li alberi gioco
facean di luci. L'un parea, tra' rai,
smeraldi partorire;
l'altro balzar da li orridi prunai
come serpente, in mal attorte spire.
Disse Madonna: — Si convenne Elai
un tempo con Astíoco in questo loco,
il qual re meriggiava poetando.


BALLATA VIII.

Meriggiava quel re, sotto il pomario
che splendeva a' suoi dì come un tesoro.
Cadeano i frutti d'oro
gravi su 'l suolo in torno, a quando a quando.

Rendean per l'aria in torno una fragranza
di miel, così gioconda
che al cuor giungeva quale un vin di rose.
E il buono Astíoco, in mezzo a l'abondanza
de' frutti, di profonda
dolcezza pieno l'anima, si pose
a laudare le ascose
virtuti de la terra in un poema.
Giunto era a la seconda
canzone quando, senz'alcuna tema,
ei scorse Elai. Qual re di Trebisonda,
il capo cinto avea d'un dïadema
ed il petto di pietre preziose
che vincevano il dì riscintillando.


BALLATA IX.

Chiesegli Elai: «Vuoi tu, sir di Brolangia,
« sopra tutta la terra alzar tuo soglio?»
Ed il sir: «Ben io voglio!
« Or tu dammi, che 'l segua, il tuo comando.»

« Sorgi dunque da l'ombra e t'incammina
« pe 'l sentier ch'io t'addito,
« fin che tu giunga in riva de 'l ruscello,
« ove un giorno la fata Vigorina
« adagiò ne 'l fiorito
« letto de l'erbe il corpo agile e bello;
« ed il magico anello
« che fiammeggiava più che foco vivo
« mise, come in un dito,
« ne 'l verde stel d'un giglio ancor captivo;
« e sognò, me' che in letto di sciamito,
« a 'l murmure de l'acque fuggitivo.
« Or trarre ti convien da 'l gambo snello
« il fin tesoro, là dov'io ti mando.»


BALLATA X.

Surse pronto il re musico; ed il lesto
piè mosse in cerca de 'l beato giglio.
E a l'antico giaciglio
di Vigorina giunse trepidando.

Vide lo stelo e vide anche l'anello;
e lo stel ne 'l cerchietto
pareva il dito fragile e mortale
d'una ninfa cangiata in arboscello.
Ma il sire, a tal conspetto,
non osò porre la sua man regale
su l'anello fatale;
poichè, da quando l'erbe a Vigorina
furon fiorito letto,
il giglio erasi aperto a la divina
luce, non più da 'l calice constretto;
e Astíoco, in tòr la pietra alabandina,
infranto avrebbe il giglio verginale
che a 'l sol ridea, sì dolce palpitando. —


BALLATA XI.

Questo narrò la mia favolatrice.
Ed a me parve che un incantamento
fluisse da quel lento
eloquio, tutti i boschi affascinando.

Com'ella tacque, il fremito de 'l suono
mi tremolò sì viva —
mente a' precordi ch'io rimasi assorto
nel mio diletto ripensando a 'l buono
Astíoco. — E se a la riva
d'oro il giglio d'Elai non anche è morto?
E se ancora a diporto
la fata Vigorina è pe' sentieri? —
ella chiese, chè udiva
non lungi mormorii rochi e leggeri
d'acque, correnti giù per la nativa
ombra, e vedeva crescere i misteri
entro i seni de 'l valico ritorto.
Onde spronammo, innanzi trapassando.


BALLATA XII.

Era la fonte in una lene altura
coronata d'opachi elci e di mirti.
Rompevano li spirti
de la fonte tra' sassi palpitando.

Non mai dolce suonò bistonia lira
come le fronde a 'l vento
su la natività de le bell'acque;
nè fu sì chiaro il talamo d'Argira
e nè pur l'arïento
u' con la ninfa, poi che a Giove piacque,
Ermafrodito giacque.
Partìasi l'onda in rìvoli tra' massi
de 'l clivo, in più di cento
rìvoli che brillavano, pe' sassi
fini e politi, con varïamento
di carbonchi topazi e crisoprassi.
Attoniti mirammo; ed in noi nacque
desìo di bere... — O fonte, io t'inghirlando!


BALLATA XIII.

— Io t'inghirlando, o fonte ove quel giorno
parvemi bere in coppa jacintea
il sangue d'una dea,
che a 'l cuore mi fluì letificando! —

Scendemmo il piano margine; e commise
in sì dolce atto Isotta
il fior de la sua bocca ad una vena
e sì fresco e vermiglio e vivo rise
quel fiore in tra la rotta
onda e s'aperse, ch'io ritenni a pena
un grido e in su la piena
bocca più baci e più, cupido, impressi.
Ella rideva... Oh lotta
di baci che cadean sonanti e spessi
e mescevansi a l'acque! Oh ne la grotta
ampia e ninfale mormorii sommessi
d'acque e le risa de la mia serèna!
Bevemmo e ci baciammo, ivi indugiando.


BALLATA XIV.

Or quale io bevvi ignoto filtro, inconscio?
Era ne la sua bocca, era ne l'acque
la virtù cui soggiacque
ogni mio senso, amor rilampeggiando?

Non so. Ma come uscimmo da la chiostra
in su' paschi feudali
ove il bel fiume suoi tesori aduna,
parvemi cavalcare ad una giostra,
e che da que' fatali
occhi mi sorridesse la fortuna
e fusser ne la luna
in urna d'adamante custodite
le mie sorti regali.
Onde, felici, a 'l Sol candido e mite
e a l'ardor de' cavalli ed ai natali
venti ci abbandonammo; e le due vite
nostre mescemmo e rinnovammo in una
vita più forte, che s'aprì raggiando.


IV.

SONETTO DI CALEN D'APRILE.


Aprile, il giovinetto uccellatore,
a cui nitido il fiore
de le chiome pe' belli omeri cade,
ne 'l cavo de la man, come un pastore,
in su le prime aurore
ha bevuto le gelide rugiade.

Aprile, il giovinetto trovadore,
su le canne sonore
dice l'augurio a le nascenti biade:
i solchi irrigui fuman ne 'l tepore,
un non so che tremore
le verdi cime de la messe invade.

Ecco la Bella! Ecco Isotta la blonda!
China, de la sua porta a 'l limitare,
ella stringe il calzare
a 'l piè che sanno i boschi. E il dì la inonda.

Toccan la terra, a l'atto de 'l piegare,
i suoi capelli, in copia d'or profonda.
Oh, la faccia gioconda
che a pena da quel dolce oro traspare!


V.

CANTATA DI CALEN D'APRILE.

COMPOSTA IN ONOR D'ISAOTTA.


Amore in mezzo a questo ballo stia;
E chi gli é servo, intorno.
E se alcuno ha sospetto o gelosia,
Non faccia qui soggiorno;
Se non, farebbe storno;
Ognun, ci s'innamori,
O esca fuor del loco tanto ornato.

LORENZO DE' MEDICI.

AGUNT ET CANTANT

                       SALABAETTOVERDESPINA
                       VANNOZZOALTEA DALLE TRE GORE
                       IPPOLITOLA DIAMBRA
                       CORO DEI GIOVINICORO DELLE GIOVANI


La scena è in un orto vasto, arborato e rigato di acque, e ad austro limitato da un fiume sinuoso. I cantori stanno sulla cima di un monticello, il quale é nel mezzo dell'orto, tutto coperto dalli arcipressi e dalli allori, come nel dialogo di Fiorenzuola. Interrompono il verde alquanti aranci vivi, carichi di frutti, straordinariamente numerosi, de' vecchi e de' nuovi frutti e de' fiori ancóra.

I paoni, taluni bianchi, posano su' piú alti rami.

Le donne e gli innamorati, in attitudini di grazia, si compongon da principio intorno a Salabaetto, che canta accompagnandosi dolcemente con un ribechino.

Nel corso delle canzoni e de' cori alterni, le due schiere si aprono, si chiudono, si mescono, si atteggiano in varia guisa; ma seguendo nei moti quasi un ritmo di danza.


_________________________


SALABAETTO, cantando:

Aprile il damigello,
mette suoi lieti bandi:
— Ogni bella inghirlandi
un amador novello. —
Porta in su 'l giustacuore
verde una rosa bianca.
Con atto di signore,
tiene il pugno in su l'anca.
In su la spalla manca
gli posa un vago augello.

Un turcasso gli pende
alli òmeri sonoro;
a tratti a tratti splende
poi ch'è tutto d'avòro.
Ha buona punta d'oro
ed ali ogni quadrello.

E' il giovine un gagliardo
arciere, o Verdespina.
Ferita di tal dardo
è ferita divina.
Ei rapí l'arme fina
ad Amor tirannello.

Vien con gentile ardire
questo de' Vènti figlio,
come un giovine sire
torna da lungo esiglio.
Leva piano un bisbiglio
da presso ogni arboscello.

I cespi rifiorenti
stretta gli fan la via.
Forse, con occhi intenti,
una ninfa lo spia.
Suonano in compagnia
l'arbore ed il ruscello.

Vien con sicuro passo
il banditor per li orti:
gli tintinna il turcasso
in su li òmeri forti.
E pur da' tronchi morti
rompe qualche ramello.

Udite. Il banditore
gitta suoi lieti bandi.
O messaggio d'Amore,
April, che ne comandi?
— Ogni bella inghirlandi
un amador novello. —


CORO DEI GIOVINI.

Ogni bella inghirlandi
de le braccia il suo vago.
Ne l'ombra il verde Mago
crea giacigli alti e grandi.


CORO DELLE GIOVANI.

Scendiam su 'l dolce lido
ove Diana giacque.


CORO I.

Men rapide son l'acque
che il desir vostro infido.


CORO II.

Piegare d'erba è lieve
men che dolor d'amante.


CORO I.

Bevon l'acqua le piante;
cuor di donna oblío beve.


CORO II.

Amor d'uom troppo vuole.


CORO I.

Amor di donna è infido.


I DUE CORI

Scendiam su 'l dolce lido
a cui s'inchina il Sole.


VANNOZZO, cantando:

O Sole, i tuoi corsieri
van con narici ardenti
respirando i gran vènti.
Come bianchi e leggeri!

Lor rilascia in su 'l collo
tutte le briglie, e sosta.
Pascan quieti, o Apollo,
giú per la rossa costa
cui vigila composta
la notte in suoi misteri.

L'Ora del giorno estrema
viene a' cavalli stanchi.
Ben a lor, senza tema,
palpa li ansanti fianchi.
La guatan, fra i crin bianchi,
da li occhi umidi e neri.

Di sue lusinghe l'Ora
cinge li alati mostri.
Indugian quelli ancóra
lungo i vermigli chiostri.
Su, gioite, o amor nostri!
Fiorite, aurei verzieri!

Aprite i freschi rivi,
tutti, o poeti amanti!
I beni fuggitivi,
i fiori, i frutti, e i canti
numerosi, e in stellanti
prata i balli, e i vin mèri,

e in lucidi oricanni
l'acque e l'essenzie rare,
e i preziosi panni
che vengon d'oltremare,
e i sogni seguitare
da morbidi origlieri,

quanti, o poeti, sono
i fuggitivi beni
celebrar con gran suono
giova e con versi pieni.
S'aprano a' ciel sereni,
come rose, i pensieri!

Apresi in fiamma, come
una rosa, il mio cuore.
Vien nel canto il tuo nome,
Altea da le tre Gore.
O Sole, a farle onore,
arresta i tuoi corsieri!


CORO DEI GIOVINI.

Ei fugge. Il sir non ode.
Lo chiami? Egli è lontano.
Tenerlo è disío vano.
Lodarlo è vana lode.
Uom saggio è sol chi gode.


CORO DELLE GIOVANI.

Seguono i Vènti il sire;
che versano da l'ale
un suon limpido eguale
come da lunghe lire.
E' dolce cosa udire.


CORO I.

Dolce, ma sotto i vasti
alberi che un'iddia
già tenne in signoria
d'amore, a' giorni fasti.


CORO II.

Tu, Delia, con men casti
occhi, a la molle ombría,
su l'erba che fioría
Endimion guardasti.


CORO I.

Nel suo favor benigno
venite, o belle, a 'l folto.


CORO II.

Ride, curvo in ascolto,
il satirel rossigno.


CORO I.

Venite, o belle, a 'l clivo
cui l'acqua esile riga.
Me' che vivuola o giga
canta ogni snello rivo.


CORO II.

Me' che giga o vivuola
canta ogni rivo snello;
ma lesto il satirello
arma la sua tagliuola.


CORO I.

E' vano il diniegare,
ché dentro arde gran sete.


CORO II.

Vano è tender la rete
a chi non vuol calare.


CORO I.

Qual s'accende a l'aurora
una rosa non tocca,
tal l'aulorosa bocca
a 'l desir che l'infiora.


CORO II.

Qual de la gemma oscura
la verde foglia brilla,
tale da la pupilla
la speme non sicura.


CORO I.

O belle, udite, udite
voci che il vespro aduna.


CORO II.

I vaghi de la Luna
fan lai ne l'aria mite.


CORO I.

Udite gran bisbigli
lungh'essi que' sentieri.


CORO II.

Le ninfe hanno misteri
grandi ne' lor concigli.


CORO I.

E' dolce cosa udire.


CORO II.

Udire è dolce cosa.


I DUE CORI

Scendiam la china ombrosa.
Giorno, tu non morire!


IPPOLITO, cantando:

O Giorno, a la tua morte
il ciel lacrime versa,
lento; e da l'ostro emersa
la Notte apre le porte.

Si piega ella su 'l Giorno
caduto in su' ginocchi
però che il sangue a torno
da 'l fianco gli trabocchi.
Su le labbra e su li occhi
bacia il finito sire;
gode sentir salire
sotto il bacio la morte.

Quando in su' novi mai
ardeva la diurna
fiamma, ti sospirai
a lungo, o taciturna.
Bere la pace all'urna
tua vasta era il desío;
bere il tuo lene oblío,
sorella de la morte.

Anche a me, da' supremi
cieli, volgi la faccia.
Li stanchi occhi mi premi;
tutto a 'l gran sen m'allaccia,
sí ch'io fra le tue braccia
oda il tuo tardo cuore,
oda il lontan fragore
de' fiumi della morte.


CORO DEI GIOVINI.

O belle, udite, udite
voci che il vespro aduna.


CORO DELLE GIOVANI.

I vaghi de la Luna
fan lai ne l'aria mite.


VERDESPINA, cantando:

Io l'amo. Pe 'l ruscello
di sue rime il mio nome
passò fiammando, come
tra perle un carboncello.

Ei si chinò, per bere,
in su l'anima mia;
ei bevve a suo piacere
la vita che n'uscía.
L'imagine giulía
rise ne le dolci acque.
O Amor, quanto mi piacque
il volto aperto e bello!

Nel fonte ride ancora,
o Amor, l'imagin bruna.
Passa il vespro e l'aurora,
passa il sole e la luna,
seren passa e fortuna,
senza l'acque mutare.
Il volto mai scompare;
ride sempre novello.


SALABAETTO, cantando:

Dà faville, o mia Rima,
poi ch'ella ama l'amante!
Benedici l'istante
quand'io la vidi prima!

Era il giugno. Mi parve
che un baleno io vedessi.
Ridendo ella comparve.
Io nel mio col la elessi.
Maturava le messi
quel suo rider sereno
che correa qual baleno
a l'alte spiche in cima.


CORO DEI GIOVINI.

O belle, udite, udite
voci che il vespro aduna.


CORO DELLE GIOVANI.

I vaghi de la Luna
fan lai ne l'aria mite.


ALTEA, cantando

Io l'amo. Agili e fieri
e liberi, i suoi canti
balzaronmi d'innanti
qual torma di levrieri.

Pe' tuoi di foco, o Amore,
segreti laberinti
il mio trionfatore
portò miei spirti avvinti.
Un serto di giacinti
son que' suoi ricci neri.

Quando gli fan carezza
l'aure a 'l vivace serto,
scopresi la bianchezza
de 'l collo bianco ed erto.
Ben tu l'avesti certo,
Giove, fra' tuoi coppieri.

O Giove, da le cene
tue pingui egli discese.
Piacquergli le serene
valli del mio paese.
Io languiva; ei mi tese
la coppa de' piaceri.


VANNOZZO, cantando:

Sgorga da labbro umano
questa voce, in su 'l mondo?
M'inebria il cuor profondo,
come un vin cipriano.

Ben tale ebrezza, o Amore,
vinsemi; e la divina
Altea da le tre Gore
fu del mio cor reina.
Cosí la Leoncina.
Tu 'l sai, Poliziano!

Cantava mollemente;
recava in man narcissi.
Il grande occhio languente
come luna in eclissi,
di tra' capei prolissi
quanto era dolce e strano!

Bevean l'onda inchinati
i lauri a 'l suo passaggio.
— Rendete e' cuor furati —
ella cantava a Maggio.
E il gonfalon selvaggio
fioría ne la sua mano.


CORO DEI GIOVINI.

Udite, udite, o belle.
Rendete e' cuor furati.


CORO DELLE GIOVANI.

Si son li amanti armati
per prender le donzelle.


LA DIAMBRA, cantando:

O amanti, ancora i lai?
L'amore è un vil tiranno.
Fuggite il triste inganno.
Non amate già mai.

Sopra un albero adorno
splende un frutto e non muta.
Uomini e donne a torno
aspettan la caduta;
guatan con brama acuta,
poi che il velen non sanno.
Fuggite il triste inganno.
Non amate già mai.

Bei mostri a mezzo il mare
tesson vocali ambagi.
Scorgonsi fiammeggiare
ne ?l profondo i palagi.
Ma traggono i malvagi
canti ad oscuro danno.
Fuggite il triste inganno.
Non amate già mai.

Oggi le man leggere
levan alto la coppa;
a l'agili chimere
godon blandir la groppa.
Ahi, per l'angoscia troppa
doman si torceranno!
Fuggite il triste inganno.
Non amate già mai.

Oggi li occhi un giocondo
abbagliamento assale;
ei veggon tutto il mondo
in luce trionfale.
Doman, arsi da 'l sale
de' pianti, ombra vedranno.
Fuggite il triste inganno.
Non amate già mai.

Oggi cantan le bocche
vicine — Io l'amo, io l'amo —,
quali rose non tocche
in su l'istesso ramo.
Doman, altro richiamo!
Gemiti leveranno.
Fuggite il triste inganno.
Non amate già mai.


CORO DEI GIOVINI.

Piacciasi la Diambra
di sue torbide rime.
La Luna è in su le cime,
pallida come l'ambra.


CORO DELLE GIOVANI.

Acerba è la Diambra,
però che senza tregua
Ippolito la segua
in van, come Ombrone Ambra.


CORO I.

O Ippolito, per lei
April non ha turcasso.


CORO II.

Ombron piange su 'l sasso,
ne' canti medicèi.


CORO I.

Ecco le stelle prime.


CORO II.

Le vedi tu, Diambra?


I DUE CORI

Pallida come l'ambra,
la Luna è in su le cime.


IPPOLITO, cantando:

O Amor, vile tiranno,
tu non sei sazio mai!
Morte, se chiamerai,
con gioia i servi udranno.

Vider già ne' dolenti
sogni tua signoria,
videro i fiumi lenti
ove sotto l'ombria
taciti, in compagnia,
al fin discenderanno.

Quivi stagna tra molta
erba l'acqua del Lete.
Chi ne beve una volta,
poi non avrà piú sete.
Alti, ne la quiete,
i papaveri stanno.

La cicuta e il solatro
e il giusquïamo bianco
metton ne l'ombra un atro
fiore, un fior tardo e stanco.
Quivi i servi, in su 'l fianco
piagato, giaceranno.


CORO DEI GIOVINI.

Altri boschi, altri fiumi,
altri fiori, altri canti!


CORO DELLE GIOVANI.

Nuotan li spirti amanti
ne' fiumi de' profumi.


CORO I.

O belle, o belle, è l'ora!


CORO II.

Gittò il paone un grido!


I DUE CORI

Scendiamo alfin su 'l lido.
Meglio è vespro che aurora.

Le stelle ad una ad una
ridon pe 'l ciel profonde;
e a' palpiti risponde
il seno de la Luna.


CORO I, movendo:

Luna, qual dolce affanno
metti a 'l cuor de' rosai?


UNA VOCE, di lontano:

Morte, se chiamerai,
con gioia i servi udranno.


CORO II, movendo:

Udiam colloqui gai
che l'acque e l'aure fanno.


UNA VOCE, di lontano:

Fuggite il triste inganno.
Non amate già mai.


ΤΕΛΟΣ



VI.

BALLATA
DELLE DONNE SUL FIUME.


I nitidi mercanti alessandrini,
profumati di cìnnamo e d'issopo,
bevean su la riviera di Canopo
ne' calici de 'l loto i rosei vini.

Noi lungo il fiume, ove sì dolci istanti
indugiammo cercando per la via
il grappolo tardivo,
navighiamo a diletto, in compagnia
di musici che il lido empion di canti.
Tutto s'accende il lido fuggitivo
a lo splendor vermiglio.
Tu, ridendo, co 'l calice d'un giglio
attingi le bell'acque scintillanti.
La man tua lieve crea schietti rubini.

Le gentildonne, che fan gaia corte
a te con gran sollazzo, in su' minori
legni, rapidamente
seguon l'esempio e con i bianchi fiori
attingon l'acque d'or, ridendo forte.
Tutte, in un tempo, bevono a 'l lucente
vespero, inebriate,
quasi Bacco le linfe abbia cangiate
in vin di Scìo, da' regni de la morte.
Suonano a torno i lieti ribechini.

Così tu vai, piacente Primavera,
navigando ne 'l vespero, per l'almo
fiume onde Amore sorse;
e i gigli tratti dietro il paliscalmo
vestono forme, ne la dubbia sera.
Non calano da' rotti argini forse
le ninfe a 'l Latamone?
Questa, piena di donne e di canzone,
non è l'isola bella di Citera?
Non sei tu dunque iddia ne' tuoi domíni?

Questa è l'isola bella: non la tiene
però Venere. Isotta ha signoria,
Isotta Biancamano,
su la verde Brolangia solatìa
ove reìne clementi e serene
vissero a lungo, in tempo assai lontano,
e amaron poetare.
Qui non s'ode Bacchilide cantare,
non Saffo, non Alceo di Mitilene.
Ma s'odono i leuti fiorentini.

O musici, toccate li strumenti
con più dolcezza, poi che a' lauri in cima
è la luna novella.
Cantate, o gentildonne, a cui la rima
fiorisce in amorosi allettamenti
a sommo de la bocca picciolella.
Sicchè di su l'altura
udendo suoni e canti a la ventura,
veggendo faci, dicano le genti:
— Torna forse Brisenna a' suoi festini?


VII.

MADRIGALI DEI SOGNI.


I.

O bel fanciullo Agosto, o re de 'l bosco,
o diletto de 'l Sole, o Chiomadoro,
o tu che ogni orto cangi in un tesoro,

questa è la voce tua? Ben la conosco.
Su la gota il tuo caldo alito sento;
bevo il murmure liquido de 'l vento:

miro pe 'l ciel navigli alti d'argento
cui governano i Sogni, ebri piloti.
Giovami errar con quelli a' lidi ignoti?


II.

La luna che pendea ne 'l ciel felice,
come pende da 'l ramo un roseo frutto,
quasi erami a le labbra allettatrice.

Tendeano a 'l ciel, lungh'essi i paradisi,
arbori ingenti; fiorían l'ombre; il flutto
era soave; aulíano i vènti elisi.

A noi su 'l capo non fuggiva l'Ora:
la gran legge de 'l Tempo era bandita.
Ella splendea d'un'immortale aurora
lo bevea da' suoi cari occhi la Vita.


III.

Ella reggea con le due man levate
una gran lira; e, andando, in contro a 'l Sole
splendea di tra le corde la sua faccia.

Tutti i Vènti cantavano: — Laudate!
Ritorna a 'l Padre la divina prole. —
E cantando morían ne la sua traccia.

Raggiava il padre Sol, di meraviglia,
guardando risalir l'unica figlia.


VIII.

SONETTI DEL GIOVANE AUTUNNO.


I.

Il munifico Autunno è un giovinetto
che non la fronte, come Dionigi,
ha cinta d'uve; né su' suoi vestigi
trae pure in danza l'evia e il satiretto.

Ma tien su 'l capo un suo vermiglio elmetto
ricoprente la gota, a mo' de' Frigi,
a mo' de 'l biondo cavalier Parigi.
Nudo e in tutte le membra egli è perfetto.

Perfetto come se da 'l fior de 'l pario
marmo avesselo tratto Prassitèle,
tien l'arco d'Odisseo, grande e lunato.

Alto poggiasi a l'arco il sagittario,
e in cuor gli gode l'anima crudele.
Brilla di gemme il piede coturnato.


II.

Li orti ove un dí con piè divino escisti
in contro a me, come ad Astíoco Elai;
la gran variazion de' freschi mai
ove alta in fra le rotte ombre apparisti;

e il bosco ove a la luna i citaristi
facevan d'improvviso dolci lai,
e il fonte che mettea per que' rosai
canali in una rete agile misti,

ora a 'l bacio de 'l sole ultimamente
vivono, in un sopore uguale e grave,
regnati da tal giovine tiranno;

e, poi che ancor te sognano presente,
o Primavera Isotta, dea soave,
ridon beati ne 'l profondo inganno.


BALLATA.


Ora è muto il selvaggio paradiso
già costumato a la tua signoria.
Dov'è la voce onde l'anima mia
e la selva tremavan d'improvviso?

Pavidi, in tra la selva umida e fresca,
correano a quella voce i cavriuoli.
Splendean miti ed umani
li occhi a l'ombra in guardarti; ed i figliuoli,
alti e biondetti, sen venìano a l'esca
de 'l cibo, come a 'l pan giovini cani.
Forte ridevi tu quando a le mani
i lor teneri denti
ti mordevan con piani incitamenti.
Tra la fronda eran queti li usignuoli
ed i frassini intenti
ascoltavan salire il dolce riso.


SESTINA.


Quando più ne' profondi orti le rose
aulivano per l'aria de la sera
e mesceasi a quel lor tepido fiato
sapor di miele da' pomari d'oro,
venne Isaotta un tempo a le mie braccia,
candida e mite quale a maggio luna.

Non sì dolce chinò li occhi la Luna
su 'l suo vago sopito in tra le rose
Endimïon, tendendo ambo le braccia,
(splendeva il Latmo a la vermiglia sera,
cui bagnano i ruscelli in vene d'oro:
sol de' veltri s'udia l'ansante fiato)

com'ella sovra me. Caldo il suo fiato
io sentìa su 'l mio volto, ed a la luna
vedea brillare la cesarie d'oro
cui cingevano i miei sogni e le rose.
Fulgida aurora a me parve la sera,
ne 'l cerchio de le sue morbide braccia.

Dolce cosa languir tra le sue braccia!
Dolce, languendo, bevere il suo fiato!
Voci correan d'amor per l'alta sera;
e bramire s'udian cervi a la luna
da' chiusi, e Agosto a l'ombra de le rose
cantar soletto in su la tibia d'oro,

e a quando a quando, come in vaso d'oro
pioggia di perle, da le verdi braccia
de li alberi che misti eran di rose
le odorifere gomme ad ogni fiato
d'aura cader su' fonti ove la luna
piovea gl'incanti de l'estiva sera.

O donna ch'anzi vespro a me fai sera,
cui Laura è suora ne le rime d'oro,
deh foss'io, come il vago de la Luna,
addormentato, e alfin tra le tue braccia
mi risvegliassi e bevere il tuo fiato
potessi ancora, in letto alto di rose!

Tu la Bella vedrai diman da sera
e a lei ricingerai le chiome d'oro,
canzon, nata di notte senza luna.


X.

TRIONFO D'ISAOTTA.

ALLA MANIERA DI LORENZO DE' MEDICI.

Torna in fior di giovinezza
Isaotta Blanzesmano.
Dice: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Torna a questi orti novelli,
con un bel passo di dia.
Vanno i piè candidi e snelli
su per la giuncata via.
Fanno l'Ore compagnia
a la bionda Blanzesmano.
Dicon: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Eran l'Ore in gran mestizia
pria che tu, Sole, apparissi.
Miste danzano in letizia,
ed in su' capei prolissi
han ghirlanda di narcissi.
Portan rossi gigli in mano.
Dicon: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Segue Zefiro, da 'l collo
puro, da la rosea gota,
bello quale il cinzio Apollo
in fra' lauri d'Eürota
od il Latmio in selva ignota.
Versa rose da la mano.
Dice: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Seguon li altri molli Vènti,
fior recando in bocca loro.
Fanno be' componimenti
d'una danza, e polve d'oro
cospargendo vanno; e in coro
a la bionda Blanzesmano
dicon: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Quindi vengono li Amanti,
quei che tiene antica pena.
Ridon pallidi in sembianti.
V'è Parigi con Elèna,
v'è la bella Polissena,
Analida e il buono Ivano.
Dicon: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

V'è Ginevra la reina
che fu dea di fino amore,
e Rosenna evvi e Lavina;
evvi Fiore e Blanzifiore,
Tarsia e il prence Antigonore,
sere Arecco e il buon Tristano.
Dicon: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Pur la donna v'è del Lago,
Oriana ed Amadigi,
e Bersenda da 'l cuor vago,
Brandimarte e Fiordaligi,
ed Artú che in su 'l Tamigi
fu già cavalier sovrano.
Dicon: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Ancor seguono li Amanti,
quei che suon di rime alletta:
Monna Vanna e il Cavalcanti,
e il Boccaccio e la Fiammetta,
e la bella Simonetta
cui cantò 'l Poliziano.
Dicon: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Margherita di Navarra,
tra una corte di poeti,
in suo stil libero narra
d'amor novi casi e lieti,
come un tempo tra' roseti
ne l'eptameròn profano.
Dice: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Or cosí viensene innanti
il Trionfo del ritorno.
Sboccian fiori, s'alzan canti,
rompon acque vive a torno,
per il nobile soggiorno.
Una voce lungo il piano
corre: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Chiude il gran corteo la Morte,
non la dea de' cemeteri,
ma una fresca donna e forte
cui valletti lusinghieri
sono i Sogni ed i Piaceri
da 'l gentil volto pagano.
Dice: — Tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza! —

Beve il nume da l'ornata
coppa ambrosïo licore;
beva in sommo de l'amata
bocca l'uomo il vin d'amore.
S'apra, come rosa in fiore,
a la gioia il cuore umano,
poi che tutto al mondo è vano.
Ne l'amore ogni dolcezza!

Torna in fior di giovinezza
Isaotta Blanzesmano.

QUI FINISCE L'ISOTTÈO




E P O D O.



QUATTRO SONETTI

AL POETA GIOVANNI MARRADI

IN ONORE DELLA NONA RIMA
.



I.

O poeta gentil, quanto mi piacque
che ti vidi onorar la rima nona,
l'alta rima onde ancor tutto risona
per me quel fiume ove l'amore nacque!

Veniva Isotta lungo le bell'acque,
tra l'erbe alzata la febèa persona:
il sol la cinse a 'l capo una corona
d'oro; la selva a 'l suo passare tacque.

Veda tu quella che sorride in cima
de' tuoi pensieri a una fatata reggia
salir con lunga compagnia di cetre;

ed in gloria di lei s'alzi la rima,
o poeta, la rima ove fiammeggia
la gran virtú de le sessanta pietre.


II.

Al saggio de li buon conoscidori,
ben direbbe l'Antico, i versi nove
fan cerchi di malie sí grandi e nuove
e di tanto diletto empiono i cuori,

che i sovrani maestri incantatori
non fecero giammai piú belle prove.
Quale il vin da le coppe auree di Giove,
tal da que' cerchi il suon trabocca fuori.

Ma come a l'imo de le fumiganti
coppe è la sacra ebrietà che accesa
leva da' cuor la fiamma de la gioia,

cosí ne 'l verso estremo i vari incanti
si compiono quieti, onde sorpresa
l'anima par che di dolcezza muoia.


III.

Re Poro, ch'ebbe spiriti assai crudi,
(com'è ne 'l Novellino) ad un mangiare
udendo su le mense ceterare
un musico in ricerche e vaghi ludi,

uso a 'l tinnir de li archi e de li scudi,
fe' le corde a la cetera tagliare.
— Meglio — disse — è tagliare che sviare,
ché a dolce suon si perdon le vertudi. —

Anche Antígono, quando in mezzo a un coro
vide Alessandro, diè sentenza eguale,
gridandogli — Non hai vergogna alcuna? —

Io, contra il buono Antígono e il re Poro,
amo in questa mia lieta opra fatale
perdere le vertudi ad una ad una.


IV.

Giova, o amico, ne l'anima profonda
meditare le dubbie sorti umane,
piangere il tempo,, ed oscurare di vane
melancolíe la dea Terra feconda?

Evvi Ginevra ed Isotta la blonda,
e sonvi i pini e sonvi le fontane,
le giostre, le schermaglie e le fiumane,
foreste e lande, e re di Trebisonda!

Bevere giova con aperta gola
ai ruscelli de 'l canto, e coglier rose,
e mordere ciascun soave frutto.

O poeta, divina è la Parola;
ne la pura Bellezza il ciel ripose
ogni nostra letizia; e il Verso è tutto.




L A   C H I M E R A.

LA CHIMERA:
"Vuoi tu pugnare?
Uccidere?   Veder  fiumi  di  sangue?
gran  mucchi  d'oro?  greggi  di  captive
femmine? schiavi? altre, altre prede? Vuoi
tu far vivere un marmo? Ergere un tempio?
Comporre un immortale inno? Vuoi (m'odi,
giovine,  m'odi)  vuoi divinamente
amare?
"

A. S. IL RE DI CIPRO

Cumque anima cruor.
Quando, furia d'amore, in labirinti
di rose la bellissima Chimera
traeva sitibondi in una schiera
i bianchi efèbi a la sua chioma avvinti,

ridevan essi di lor sangue tinti
a l'ugna e a 'l bacio de l'ardente fiera;
poi tra la fiamma de la gran criniera
mancavan come languidi giacinti.

Così, mio Sogno, a le tue tristi aurore
li spiriti fuggiti de 'l mio core
rompono insieme tempestando forte.

Seguon devoti la lor cieca sorte:
da presso udendo il rombo de la Morte,
ridon ebri di gioia e di dolore.

IMAGINI
 DELL'AMORE E DELLA MORTE. 


I.
 LA VISITAZIONE. 

Quando ne l'alba i fochi siderali
si spengono per entro a una divina
umidità (fragrante di pruina)
par che la terra il sogno ultimo esali,

la Morte, chiusa il grande arco de l'ali,
poggiata a la sua falce adamantina,
guarda l'Amor ne 'l sonno; e poi s'inchina
lentamente su' tiepidi guanciali.

Bacia la bocca pallida e la gota
pallida, cui la voluttà scolora,
ella; e pensa il pallor de l'asfodelo.

Prova tra 'l sonno il carezzato un gelo;
mormora: — Tu mi baci forse, Aurora? —
Ma il cor gli stringe una paura ignota.


II.
 IL SOLLAZZO. 

Io veggo le mie belle in un verziere,
come ne 'l fresco de l'Orcagna, a 'l sole
splendere ghirlandate di viole;
e attender quivi ognuna a 'l suo piacere.

E non, come le antiche, uno sparviere
avere in pugno né toccar vivuole.
Sparger fiori talune; altre, parole;
altre volgere un lor dolce pensiere.

Da 'l vertice di un albero la Morte
contemplarle; ed a 'l suo sguardo sfiorire
le monde carni floride in su l'ossa.

Io veggo le mie belle tremar forte,
sfiorire, illividire, irrigidire;
e coricarsi ognuna in una fossa.


LE BELLE.


Mentre Lucrezia Borgia, in nuziale
pompa, venìa con piano
incedere (la veste liliale
risplendea di lontano)

tra i cardinali principi in vermiglia
cappa, che con ambigui
sorrisi riguardavano la figlia
de 'l papa, — ne' contigui

atrii i coppieri, adolescenti flavi
che rispondeano a un nome
sonoro ed arrossìan come soavi
fanciulle ed avean chiome

lunghe, i coppieri d'Alessandro Sesto
tenean coppe d'argento
entro la man levata, e con un gesto
d'umiltà grave e lento

offerìano a le molte inclite dame
le rose ed i rinfreschi.
Allettati correan pieni di brame
i veltri barbareschi

traendo fra le zampe il guinzal d'oro
che mal ressero i paggi.
Gioivano le dame inclite in coro
ai gran salti selvaggi,

e disperdendo in copia su 'l lucente
musaico a piene mani
cibi e rose, blandìan trepidamente
i belli atroci cani.

Allor Giulia Farnese, un suo lascivo
balen da li occhi fuora
mettendo (a 'l riso il corpo agile e vivo
fremea come sonora

cetra), il sen nudo porse; e in tra le poppe
bianche rotonde e dure
un fante a lei da le papali coppe
versò le confetture.

Or non così, mie belle, o voi che tanto
amai e celebrai
e incoronai del mio lucido canto
ne' boschi e ne' rosai,

or non così venite al mio festino
ove l'Amor v'aduna?
I vostri baci, più dolci de 'l vino,
a 'l sole ed a la luna

io colsi un tempo; e, come entro una rara
coppa di fin lavoro,
mentre i nuovi desii cercanvi a gara
— veltri da 'l guinzal d'oro —

la profonda dolcezza entro la rima
sottilemente infusa
io vi rendo. Gioite voi. Ma, prima,
la Górgone, Medusa,

quella ch'io non baciai, con un baleno
tra i cigli e con protese
le bellissime braccia, offre il suo seno,
come Giulia Farnese.


DUE BEATRICI.


I.

Musa, l'arguta rima in cui mi piacque
laudare Isotta da la bianca mano
e narrar di Brisenna come giacque
co 'l biondo Astìoco trovador sovrano
e come navigando le bell'acque
facean le donne il canto lor toscano
o ne' gigli bevean quell'acque chiare,
stando la Luna attonita a guardare,

Musa, dammi l'arguta rima e schietta
al modo de' poeti fiorentini.
Non la ballata e non la ballatetta
con compagnie di gighe e ribechini,
ma l'ottava, l'ottava tua m'alletta,
o grande messer Agnolo Ambrogini,
l'ottava in dove canta un pieno coro
di lusignuoli e ronzan api d'oro.

Ronzano l'api d'or che miele assai
colsero ne' verzieri di Fiorenza
ne' verzieri ove un dì m'innamorai,
ove alta e snella in atto di piacenza
risemi Verdespina in tra' rosai
che ne 'l fiorir sentivan la presenza
ancor de la tua bella Simonetta
e di madonna Ipolita soletta.

Venìan l'acque de l'Affrico declive,
tremando piano i vetrici in su' cigli,
stormendo i pioppi snelli in su le rive,
questi di fino argento e quei vermigli.
Non apparìan le ninfe fuggitive,
ma pur rideano palpitando i gigli
a lo specchio; e parea l'Affrico tardo
gridare: — O ninfa, un fiume sono ed ardo. —

Parve gridare come un dì l'Ombrone
ad Ambra sua, ne 'l canto medicèo.
A me ne 'l cor gemea la passione
di quel pastore giovine Aristeo
figliuol d'Apollo, e quella sua canzone
ch'ei canta ne la favola d'Orfeo:
— Udite, selve, mie dolci parole,
poiché la bella ninfa udir non vôle. —

Ben m'udì Verdespina. Ella venìa,
alta e sottile quanto li arboscelli,
a me da presso; e viva m'apparìa
tutta pinta di foglie e di fiorelli
come la donna de l'Allegoria
che apparve in sogno a Sandro Botticelli.
Portava in bocca un assai pio messaggio:
— Ben venga maggio e 'l gonfalon selvaggio. —

Io era un buon fanciullo: un poco sciocco.
M'ardea ne 'l petto, di dolcezza, il cuore;
ché non pure una volta aveami tocco
con la sua lancia il cavalier Dolore.
Non sì fiero tenea forse il Marzocco
ne l'unghia l'arme de 'l vermiglio fiore
com'io tenea ne 'l pugno, senza alcuna
guerra, le chiome de la mia Fortuna.

Or n'andavan così per la novella
erba, per l'ombre de 'l beato lido,
il damigello con la damigella,
pensando Cino ed il Petrarca e Guido.
Non così dolce il canto de 'l Casella
sonò ne l'alma de 'l poeta fido,
come in me quel leggero ondeggiamento
de li alberi per l'aria senza vento.

O bei cipressi di Montughi, alzati
ne 'l puro vespro quali fiamme a spiga;
monti de 'l Casentin lunge rosati
che in mille vene copia d'acque irriga;
e voi, poggi di Fiesole odorati,
ove brillano i chiari olivi in riga;
e tu, sì vasta ne 'l seren fulgore
de 'l vasto ciel, Santa Maria del Fiore,

se mai grata vi fu la nostra lode,
oh voi dite a' poeti il mio gioire
quando ella mormorò, dolce — Non ode?
Li usignuoli cominciano ad escire. —
E per man mi trattenne. In su le prode
più forte i gigli presero ad aulire;
onde le man (tremando ella assentìa)
non isciogliemmo più per quella via.


II.

O Viviana May de Penuele,
gelida virgo prerafaelita,
o voi che compariste un dì, vestita
di fino argento, a Dante Gabriele,
tenendo un giglio ne le ceree dita,

Viviana, non più forse a la mente
il ricordo di me vi torna omai.
E pure allora, quando io vi parlai,
mi sorrideste a lungo e dolcemente.
Fiorìan, Villa Farnese, i tuoi rosai

ne 'l mattino di maggio e su le antiche
mura il sole una veste aurea mettea:
tra le liete ghirlande si svolgea
la bellissima favola di Psiche;
navigava in trionfo Galatea.

O Viviana May de Penuele,
or vi sovviene de 'l lontan mattino?
Voi sceglieste le rose ne 'l giardino
ove un tempo convenne Rafaele,
muta, con lento gesto, a capo chino.

Non vidi allor la Primavera iddia?
Disser la vostra lode a me li uccelli;
fiori parvero nascer da' capelli,
come ne la divina Allegoria
cui pinse in terra Sandro Botticelli.

Poi su l'accolta de le vive rose
reclinando la testa agile e bionda,
avidamente, come sitibonda,
tutte beveste l'anime odorose
— oh voluttate mistica e profonda!

Poi smarrita in un sogno, alta levaste
la faccia ove le azzurre èsili vene
languìano, e mi volgeste (or vi sovviene?)
le pupille ne 'l sogno umide e caste.
Non così pura in cielo è mai Selene.

Io sol dissi a la notte alma e felice,
solo dissi a le stelle il novo amore.
Segreto in me de' vostri occhi il fulgore
io custodii, beata Beatrice.
Tale un raggio di luna il silfo ha in cuore.

Or cantarti m'è dolce, o Viviana.
Splendimi ne la chiara ode, vestita
de la tunica verde e redimita
d'argentei fiori, in calma sovrumana
tenendo un giglio tra le ceree dita!


GORGON.


I.

Ella avea diffuso in volto
quel pallor cupo che adoro.
Le splendea l'alma ne li occhi
quale in chiare acque un tesoro.

Ne la bocca era il sorriso
fulgidissimo e crudele
che il divino Leonardo
perseguì ne le sue tele.

Quel sorriso tristamente
combattea con la dolcezza
de' lunghi occhi e dava un fascino
sovrumano a la bellezza

de le teste feminili
che il gran Vinci amava. Un fiore
doloroso era la bocca,
e un misterioso odore

esalava ne 'l respiro.
I capelli aridi in onde
s'accoglieano su le tempie,
su la nuca, di profonde

voluttà larghi a l'amante
che scioglieali ne l'alcova,
forse; e avean talor riflessi
di viola, come a prova

de la fiamma il puro acciaio.


II.

Questa nobil donna un giorno
io conobbi. Era l'estate
ampia; e dolce il mare intorno
diffondevasi nel sole,

come un drappo suntuoso.
Templi, portici, obelischi
partorìa l'imaginoso
vespro; e a fior de 'l mare pènsili

le sottili architetture
si moveano lentamente:
emergean lunghe figure

fra li intercolonni, a un tratto,
mostri umani o bestiali;
s'immergeano li edifizi
ne le fredde acque natali.

Ella, sola, su la loggia,
tutta involta da i prestigi
de 'l tramonto, in attitudine
d'indolenza, li occhi grigi

tenea quasi semichiusi.
Quando Alberto Delle Some,
conducendomi cortese
presso a lei, disse il mio nome,

ella volse il capo e li occhi
grandi aprì su la mia faccia.
Poi mi porse ambo le mani
sorridendo. Avea le braccia

sino al gomito scoperte,
bianche, pure, di squisite
forme; a' bei polsi rotondi
eran finamente unite,

come a stel fiori, le mani.
Oh divine mani, oh bianche
mani ch'io non ho baciate!
Si posavan, come stanche,

su 'l marmoreo davanzale;
e le lunghe èsili dita
risplendevano di anelli.
Io sentìa dolce la vita

mia fluire ed i capelli
divenir gelidi, quasi
per un'ideal carezza,
da sottil fremito invasi.


III.

Ella, semplice, parlava,
con la sua voce sonora,
lievemente roca a tratti.
Una preziosa flora

nascea lenta ora da 'l mare,
a' nostri occhi. Li edifizi
giacean spenti in fondo a l'acque.
Pe' i mirabili artifizi

de la luce ora sorgevano,
come calici di gigli,
alte trombe, e si spandevano;
e nutrite dai vermigli

fumi in cielo prendean tutte
forma d'alberi. Viole
d'improvviso da le arboree
forme piovvero, e ne 'l sole

tutto il mare allora parve
brulicante di meduse.
Ella tacque. Io la guardava.
In quell'attimo confuse

le nostre anime rimasero.
Io non seppi dirle: — V'amo.
Ella, forse paventando
l'ora, disse — Rientriamo;

è già tardi. Io vi saluto. —
E, tendendo la sicura
man, sorrise un'altra volta.
Quindi uscì.


IV.

    La sua figura

ondeggiava alta ne 'l passo,
con un ritmo affascinante.
Un pensier dolce mi venne:
— Io sarò forse l'amante;

io felice le mie notti
dormirò sopra il suo cuore! —
Ah, perchè voi mi fuggiste?
Ebro come d'un liquore

troppo forte, ebro di voi,
de 'l ricordo di voi, sento
da quel giorno in tutti i baci,
sento in ogni blandimento

femminile, sento in ogni
voluttà più desiata,
o signora, voi, voi sola;
voi che tanto avrei amata!


ATHENAIS MEDICA.


I.


Poichè su la campagna salutare
era venuta la dolce stagione
e un gran disío di vivere e d'amare
in me tornava con la guarigione,
ella talvolta a le mattine chiare
tutta ridente apriva il mio balcone.
Il suo riso e la luce in un sol getto
m'inondavan di gioia: álacre in petto
balzava il cuore. Oh mie memorie buone!

Vedea composti in fila li alberelli
su 'l cielo azzurro come il fior de 'l lino,
dritti, con rare foglie, e lunghi e snelli,
quali eran cari a Pietro Perugino;
e a quando a quando udia di tra' ramelli
gittar suoi trilli dotti un lucherino.
Mi veniva ne 'l cuor sì gran diletto
da quella vista, ch'io m'ergea su 'l letto
alquanto, a riguardar più da vicino.

Ben ella avea que' miei palpiti istessi.
Talvolta io mi sentia li occhi velare.
Le lacrime facean sì ch'io vedessi
tutte le forme a l'aria tremolare
confusamente, simili a riflessi
vani di cose in fondo a un roseo mare.
Ella, ne le sue man présomi stretto
il capo, susurrava: — Oh mio diletto!
Amor mio dolce! — Io mi credea mancare.


II.

1.

Io ricordo, Atenái. Lungo il sentiere
de' pioppi bianchi e de le tamerici,
maga possente contro i maleficj,
guida voi foste a 'l debil cavaliere.

Ilare, accanto a voi, senza temere,
io respirava l'aure innovatrici:
mi battean ratte ne le cicatrici
l'onde de 'l sangue tiepide e leggere.

Or co 'l vento giungean quasi a riviere
i profumi da l'ultime pendici;
e, sentendosi il vento a le narici,
i cavalli fremevan di piacere.

Su l'argine de i fossi aride e nere,
fuor de la terra uscendo, le radici
si distendean con lotte ed artificj
meravigliosi a l'ime acque per bere.

Ma salivan ne' tronchi e ne le intiere
membra correvan l'acque avvivatrici;
contendeva il germoglio i beneficj
de la luce, bramando di godere;

e, in alto, a 'l Sole un coro di preghiere
mormoravano li alberi felici,
espandendo le chiome ai vènti amici,
crescendo a le future primavere.

2.

Io ricordo, Atenai. Voi, con un mite
sorriso di bontà su le fiorenti
labbra, i miei gesti e i vari atteggiamenti
de 'l mio cavallo seguivate. — Oh dite,

maga Atenai, voi che le mie ferite
curaste di sì dolci lenimenti;
voi che le mani tenere ed aulenti
posaste ne le mie piaghe inasprite;

voi che le insonni mie notti infinite,
piene di mille acuti patimenti,
confortaste d'amor co' pazienti
balsami de la voce umile, dite,

adorata sorella, oh dite, dite
la gran soavità di quei momenti,
allor che li occhi in lacrime ridenti
vi baciai con le labbra impallidite!

3.

Noi, muti, a lungo cavalcammo ancora
quella terra benigna ove fioriva
la pace tra le umane opre. E s'udiva
de' cavalli la lenta orma sonora.

Poi, ne la grave santità de l'ora,
sorse un cantico lungi da la riva
de 'l Mar, subitamente. E il sol moriva.
Ma quel tramonto a noi parve un'aurora.

Io ricordo. Infinito, da le chiare
comunïoni de le cose, a 'l giorno
emanava non so qual senso umano

di dolcezza e di oblìo. Proni d'intorno
stavano i poggi e risplendea lontano,
non anche sazio de la luce, il Mare.


DONNA FRANCESCA.


I.


O vernimm, Jupiter Xenius, mich!
RÖMISCHE ELEGIEN.

Forse improvvisa a 'l limitar de 'l cielo
la Primavera giovine s'affaccia,
pronta rompendo con le fiere braccia
le vitree compagini de 'l gelo?

(Acuto fende il riso de l'amante
giovine que' silenzii perfetti,
come rapido stride il diamante
in man d'artiere su cristalli schietti).

O forse il titan Sole, il re de 'l coro,
s'invaghì della pia donzella Neve,
e lei persegue e infóndele con lieve
bocca non so qual mite anima d'oro?

Non so. Ma ben co' sogni le viole
una donna su 'l capo mio versò
da le prodighe mani. — O lieto Sole,
risplendigli in su 'l cuore! — anche pregò.

Ond'io mi levo, perocché da 'l fondo
rompano fuor de l'antica ferita
li spirti che da lei ricevon vita,
e cantando si spargano su 'l mondo.

Io mi sento passar in fin ne l'ossa
ogni accento ogni nota ogni parola;
e par che tutto il mondo di sua possa
empia il disìo che sopra lei mi vola.

Quale una selva ismisurata e nuda,
se virtù piova in terra la imminente
Luna, albeggia così che veramente
d'un gran fiorire il viator s'illuda,

tal d'improvviso tutta quanta Roma,
a 'l lume di quel gran desire, già
ridemi; e in fior la scintillante chioma
de le sue fonti a 'l puro azzurro dà.

— È questo un sogno? Le tue case, o Giove,
d'ambrosia, aprire a 'l triste ospite godi?
Ecco, io mi prostro. O Giove Xenio, m'odi!
Qual mai virtude per quest'aure nuove

trassemi? La donzella Ebe mi trasse,
cui giglio è il volto in tra la chioma flava?
Tu le dicesti ben che ti recasse
un buono eroe. La giovinetta errava.

Fa che l'error sia gioia a me! L'antico
non sei tu dunque iddio Giove ospitale?
Soffri che ne l'Olimpo un uom mortale
sieda a le mense de gli iddei!... Che dico?

Alto il capitolino monte eretto,
Olimpo tuo secondo, a' cieli sta.
È questo un sogno? Ne 'l profondo petto,
ecco, mi scende una serenità

nova e m'inonda il sol la fronte. Oh voi,
lunghe trecce di Roma, or m'allacciate! —
cantava un dì Wolfango Goethe. Alate
sorgean, viventi de' più schietti suoi

spiriti, l'Elegie per la solenne
conca de' cieli. E Faustina intese
il trepidar de l'amorose penne;
e le bacchiche braccia a 'l dio protese.

Le bianche braccia ella protese. — Ardete,
o lampade cui nutre olio d'Amore!
Giova il letto goder cui scalda Amore,
anzi che i tuoi piè bagni il fatal Lete. —

Ed in quel sen, ridendo egli a la morte,
la marmorea fronte reclinò.
Talor su le falcate reni il forte
numero de l'esametro contò.


II.

Per l'antico viale de l'Aurora,
mentre i cipressi dormono a 'l mattino,
o nova principessa di Piombino,
tu passi; e a te d'in torno il vento odora.

Vive d'in torno a te la grande flora
ludovisia crescendo a 'l sol latino,
bionda Napea di Rafael d'Urbino,
ne la beatitudine de l'ora.

E le fontane vivono; e l'intensa
voluttà de la vita, a 'l tuo passare,
urge fino i cipressi alti e quieti;
e te brama ed a te canta l'immensa

anima de la villa secolare,
o diletta ne' sogni dei poeti.


III.

Se dentro i favolosi orti vermigli
adunava la Luna i suoi misteri
(per lei presi d'amore, alti e leggeri
tremolavano in doppio ordine i Gigli),

il capo ergeano su da li origlieri
le Belle, a tesser rai: lungo i giacigli
di rose, propagavansi i bisbigli
richiamanti a l'agguato i Cavalieri.

In quelle notti, o Bella, de 'l lunare
argento una fatal rete voi forse
tesseste con le vostre dolci dita?

Sentendomi da voi tutto legare,
questo ne 'l mio pensier dùbito sorse;
e ancor ne trema l'anima smarrita.


IV.

Odor di rose, forse da i giardini
chiusi del Re, venìa confusamente;
e splendea ne la fredda ora, imminente,
la Luna, su 'l palazzo Barberini.

Mormoravan con voci roche e lente
le fontane invisibili tra i pini:
or sì or no li stocchi adamantini
oltre i rami balzavan di repente.

Noi, chinati da l'alta loggia, soli,
(ella rabbrividìa) de le fontane
ascoltavamo i languidi racconti.

Non così dolce cantan li usignuoli!
Vago ne l'alba suono di campane
giungeva da la Trinità de' Monti.


V.

Più chiara su 'l palazzo Lorenzana
la Luna risplendea, Donna Francesca,
quella vostra beltà raffaellesca
guardando con dolcezza quasi umana.

La fontana di Giacomo, a la fresca
serenità, con voce roca e piana
mettea parole, come una fontana
magica de l'età cavalleresca.

Scintillavano l'acque; le figure
prendean vive attitudini, a l'albore
danzando in tondo con rapide fughe.

Per tale ausilio, al fin le vostre pure
labbra io baciai; così vinsevi amore...
Oh fontanella de le Tartarughe!


VI.

Dorme, poggiata il capo a 'l davanzale
de 'l balcon fiorentino,
la Titania di Shakespeare; e un divino
sogno da 'l cuor lunatico le sale.

Una rete d'argento siderale
i suoi capelli accoglie,
e luminose fasciano le spoglie
dei colùbri la sua forma ideale.

Per lei tramano i ragni, su l'opale
de l'aria, le sottili
opere in tra li stipiti; ed i fili
aurei tremano a l'alito immortale.

Così, Donna Francesca, entro il natale
albore di Selene,
ora dormite; e, in torno a le serene
bellezze, io vo tramando il madrigale,

mentre spiran le rose l'aromale
anima ne' roseti
e li usignuoli i fiumi ed i poeti
cantan la notte augusta e nuziale.


VII.

Una notte, com'io l'alta portiera
sollevai piano co' la man tremante
presso il gran letto la mia dolce amante
scorsi a ginocchi in atto di preghiera.

Ricorrean ne la stanza ampia e severa,
intessute con rara arte, le sante
Allegorìe che l'anima pregante
traevan forse a più gioconda sfera.

Muto io ristetti, come a 'l limitare
d'un tempio; ma il disìo tutto s'immerse,
stridendo, in quel misterioso aroma.

Ben, quando (oh notte!) la divina chioma
io le disciolsi e vinta ella m'aperse
le braccia, il letto parvemi un altare.


VIII.

Entra l'albore gelido, pe' i vetri,
ne l'ombra di quel letto ov'ella dorme
stanca di voluttà con semichiuse
le dolci labbra in cui trema il sorriso.

Or la Luna, ferendo ne l'aperto
cofano i bei gioielli, gloriate
opere di sottili orafi, illustra
diamanti, camei, perle e smeraldi.

Splendono le collane, come spire
d'un favoloso rettile sopito;
e paiono viventi occhi i rubini.

Langue, da presso, entro la coppa un giglio
in sua verginità, nobile e puro
quale un vaso liturgico d'argento.


IX.

O amica dolce, non sapeste mai
la verace dottrina che ne 'l mondo
il figliuol di Gesù, bello e giocondo
adolescente, a l'ombra de 'l Sinài,

predicava, ne 'l nome d'Adonài,
a le spose ed alli uomini ascoltanti
ed ai compagni efèbi, in tra' rosai,
mentre scendean dal monte i greggi erranti?

E come Ciro figlio di Cambise,
destro era e forte, generoso e parco,
non superato in trarre lancia od arco;
e molte fiere la sua mano uccise,

la sua man degna d'un regale sire,
ben usa a profumar la chioma bionda
di rare essenze che facean languire
le femmine in soavità profonda.

Divino era il suo nome: Eleabani.
Ed era come un olio di viola,
sereno, che ne 'l suon de la parola
si spandesse a lenire i petti umani.

In fondo a l'occhio suo puro e crudele
eran segrete fascinazioni.
Come il santo profeta Daniele,
avrebbe ei vinto a 'l suo giogo i leoni;

e con la voce, cantico di lire,
mansuefatti avrebbe aspidi in guerra.
Or prima, a soggiogar l'anime in terra,
trasse i cuor de le donne a 'l suo desire.

Tutte, da' bei palagi ove risplende
l'oro, e da' templi ove la pace dorme,
e da l'umili case, e da le tende
nomadi, e da' tuguri, a torme a torme,

venivano a 'l figliuol de 'l Nazareno,
a 'l bene amato eroe de la fortuna.
Lui proseguìano a 'l sole ed a la luna;
lui chiedeano, in morir de 'l suo veleno;

lui, ne l'alba, torcendosi le braccia,
invocavan su 'l tepido origliere,
o sognavano, pallide la faccia
tra l'ampia chioma, sfatte da 'l piacere.

Per l'errore de' portici silenti
a la fonte, assetata, una Maria,
come il cervo simbolico, venìa;
e ne l'acqua immergea le mani ardenti.

Quindi, protesa le stillanti mani,
e il ventre, bianco qual coppa d'avòro,
nudata, mormorava: — Eleabani!
Eleabani da la chioma d'oro,

o tu per le cui membra i rai de 'l sole
una veste han tessuta, Eleabani,
o tu cui ne la bocca come grani
di puro incenso odoran le parole,

o tu che de 'l tuo corpo hai fatto vase
a' balsami celesti ed a' profani,
o tu che scendi ne le nostre case
qual ne' campi rugiada, Eleabani,

m'odi: li astri de 'l ciel com'aurei pomi
tremano in tra le foglie a' melograni;
io son ebra e languisco, Eleabani,
come la damma a 'l colle de li aromi.

Come a 'l vento tra le àrbori la damma,
io trasalgo e sobbalzo ai romor vani.
Ad ora ad ora, in ciel vedo una fiamma.
Non tu sei che lampeggi, Eleabani?»


Ed egli, avendo ereditato il Verbo,
amò, come Gesù, peregrinare.
Le parabole sue, rapide e chiare,
pungean le menti con lor senso acerbo.

Predilesse i conviti, poi che aperto
ne la fraternità conviviale
è l'animo de li uomini ed un serto
di chiarissima luce il vin spirtale

cinge a le fronti; e predilesse i petti
feminei, de' lunati òmeri il giro,
a segnar come in nitido papiro
evangelicamente i suoi versetti.

Quale un fiume, cui gonfia d'acque il maggio,
da le sedi natali alto discende
e più cresce in sua gioia e con selvaggio
fremito ride e a 'l sol pieno s'accende:

odono i boschi giugner la ruina,
vasti su le pacifiche pendici;
in van lottano; e, presi a le radici,
piomban ne 'l gorgo; tal la sua dottrina

volgea, passando, le credenze e i culti
e risplendea di libertà ne 'l sole.
Come il fiume in sua via reca virgulti,
pur recava d'amor nuove parole.

Egli ammoniva: " O giusto, è breve l'ora.
" Ne la tua servitù sii paziente.
" La pazienza è l'immortal nepente
" che afforza i nervi e l'anima ristora.

" Come in un tempio, ne 'l tuo cor ricevi
" l'alto Ideale che de l'uomo è figlio.
" E sappi in quel che mangi e in quel che bevi
" trovar l'ambrosia e il nettare vermiglio. "

Ed ammoniva: " O donna, o Vaso insigne
" de la dolcezza ed Arca de l'oblìo,
" versa a li uomini il vin che già il Desìo
" cantando ricogliea ne le tue vigne.

" Fa che soave il tuo spirito ceda
" a l'alitare d'ogni passione,
" come la tibia d'oro ove un'auleda
" prova a diletto sua lene canzone.

" Ama il tuo sposo ed ama il tuo figliuolo
" ma fa che il beneficio tuo si spanda
" pur su colui che in carità dimanda
" una stilla d'amore, umile e solo.

" E tutto diverrà per t'onorare
" Mirra, Olibano, Incenso e Belzuino;
" e saliranno come ad un altare
" i cuori a te, con giubilo divino.

" La carne è santa. È l'immortale rosa
" che palpita di suo sangue vermiglia.
" È la madre de l'uomo ed è la figlia.
" Ed è quella che sta sopra ogni cosa.

" Ella racchiude, come un'urna aromi,
" tutte le voluttà, tutti i dolori.
" Ha l'ardente opulenza ella de' pomi,
" ha la soavità casta de' fiori.

" Quale a notte in un tempio una fontana
" mormora ascosa e dà voci di lire,
" fa il sangue in lei pe 'l ritmico fluire
" una musica assai dolce e lontana.

" La carne è santa. Guai a chi non piega
" l'anima innanzi a lei; però che tristo
" egli l'essere suo nega, e rinnega
" il suo divin maestro Gesù Cristo:

" Gesù che, fatto carne, in su la croce
" morì ne la montagna solitaria,
" Gesù che, fatto carne, ebbe in Samaria
" verso la donna così mite voce,

" Gesù che, fatto carne, arse d'amore
" vedendo un giorno in su la via fiorita
" la Magdalena, e lei pregò d'amore
" e me condusse a questa dolce vita! "

Tali cose ammonìa, tra la comune
giocondità de 'l vino, in su la chiara
mensa. E le perle de la sua tiara
splendeano vagamente come lune.

Il cenacolo avea forma di lira.
Quattro colombe d'or con ali tese,
in alto, tra le frange di Palmira,
a invisibili fili eran sospese.

Due dromedari, avendo in su la schiena
otri forati ed una campanella
di fino argento sotto la mascella,
spargean su' marmi essenza di verbena.

In torno, i domitori-di-cavalli
efèbi, sollevando in tra le mani
vasi che rendean suon come timballi,
beveano salutando Eleabani.

Bevean, coperti di carbonchi, in torno
satrapi enormi da la barba d'oro
il chalibon, rarissimo tesoro,
in un corno sottil di liocorno.

I dottori, i grammatici, i salmisti,
ed i leviti, i giudici, li scribi,
e i mercatanti, e i musici, commisti,
disperdean su la mensa i rari cibi.

Le vestimenta lor, tinte di fuchi
preziosi, brillavan di lontano.
Alcuni, taciturni, aveano strano
aspetto di carnefici o d'eunuchi.

Ma le femmine cinte di ghirlande,
con denti bianchi come il gelsomino,
rideano tra 'l vapor de le vivande,
suggean da coppe di smeraldo il vino.

Il lor nitido riso giungea grato
ai cuori, come un verso numeroso.
Stendean le braccia, con un grazioso
gesto, a mostrare il cùbito rosato;

e prendean su la mensa i cedri, i fichi,
e le mandorle, i datteri, le olive.
Ne 'l bacio offrian, con belli atti impudichi,
la molle polpa su le lor gengive.

— Or mangiate e bevete, e di piacere
inebriate il vostro cuor mortale;
ché da l'ebrezza a Dio l'inno risale,
grato come l'odor de l'incensiere —

diceva Eleabani. Ed era immune
il suo cuor da l'ebrezza ed era chiara
la sua voce; e splendeano come lune
ferme le perle de la sua tiara.


X.

— Francesca, o amica, o trepida colomba,
perché piegate voi su 'l sen la testa,
pallida udendo il tuon de la tempesta,
che improvviso ne l'anima rimbomba?

Perché torcete ne 'l dolor le mani,
le care mani, i fior gracili e snelli,
che pur ieri sapevan, con sì piani
blandimenti, solcare i miei capelli?

Francesca, o amica mia, perché piangete?
Le vostre membra treman così forte,
e così roca su le labbra smorte
vi muor la voce, ch'io non ho quiete. —

Ed ella: — Io guardo nel cuor mio; che, ardente
come una lampa, è tutto avviluppato
da una spoglia di serpe, transparente,
su cui l'orrido Inferno è figurato. —


XI.

Come a notte in un tempio una fontana
mormora ascosa e dà voci di lire,
fa il sangue in noi pe 'l ritmico fluire
una musica assai dolce e lontana.

Veramente io non so quali parole
il buon sangue ne 'l capo mi favelli
volgendo sue misteriose ambagi;
ma ben io so che mai gighe o viuole
ornaron di più vaghi ritornelli
serenate d'amor sotto i palagi.
Canta, o buon sangue! Ed i pensier malvagi,
tutti, qual vin, da l'anima discaccia.
Nel mezzo del mio cor ride una faccia,
guardando la vendemmia allegra e sana.


XII.

Se pure il verso mio, Francesca, è reo
d'aver la vostra natural piacenza
ritratta intiera, in un lavacro, senza
la casta zona e senza il conopeo,

fu tempo già che Fra Bartolomeo,
pingendo i Protettori di Fiorenza,
la Nostra Donna in sua gentil movenza
ritrasse ignuda in mezzo a 'l gran corteo.

Or dunque se il buon frate di San Marco,
il quale è assunto ne le eterne stelle,
ebbe per l'opra sua cotale ardire,

non io potrò ne 'l verso mio scoprire
de 'l vostro sen le due beltà gemelle
e de le late spalle il candid'arco?


XIII.

Quando su per le scale ampie d'argento
la Reina salìa verso l'altare,
levata li umidi occhi a 'l Sacramento,
pallida e fredda, se volea pregare,

dava il bianco metallo un vibramento
sonoro in ritmo a li urti de 'l calzare:
tutte le scale come uno stromento
si mettevano in gloria a risonare.

O Francesca, così la vostra bionda
bellezza dal disìo chiamata ascende
or de' miei versi il mistico edifizio.

Fremono a i vostri piedi, con un'onda
di suoni, i versi, e a 'l culmine vi attende
tra i profumi de l'urne il sacrifizio.


XIV.

Aveva un tempo il cardinal Grimani
ne 'l breviale suo, fino tesoro,
un'imagine ove molti angeli in coro,
ceruli e biondi, da' bei volti umani,

su li òmeri o su le agili ale d'oro
o su l'èsili palme de le mani
offrìan cinte de' nimbi cristiani
l'anime de li Eletti al Signor loro.

Ignude erano l'anime: più bella
tra l'altre una figura feminina,
ne la sua dolce nudità, salìa.

Amo io così raffigurarti, o pia
Sposa, lungo l'azzurra erta divina,
su l'ali d'una candida angelella.

O del Signore ancella,
soffuso di pudore il vivo giglio
de le tue membra apparirà vermiglio

e per tutte le anella
fiammeggerà la celebrata chioma
simile ad una gran face d'aroma.


DONNA CLARA.


I.


Sta Donna Clara (ne 'l mio pensiere)
su 'l damascato letto ampio e profondo:
splende la nudità ne l'ombra, e il biondo
capo sorride da l'origliere.

Erto su l'èsili zampe il levriere
blandisce il piè divino a l'Atalanta;
e freme, a la blandizia, tutta quanta
l'ignuda forma strano piacere.

Salgono miti su da 'l verziere
a 'l balcone i leandri in rosei fiocchi;
un gran paone sta co' suoi cent'occhi
vigile in alto da le ringhiere.

E mentre il cane, quasi per bere,
vibra in ritmo la lingua umida a 'l fiore
de 'l niveo piè, gli corron su 'l nitore
de 'l dorso lunghe onde leggere,

e i fianchi scarsi pulsano, e in fiere
di serpe anella torcesi la coda,
e tremano le zampe in su la proda
de l'ampio letto, lucide e nere.


II.

Con il fior de la bocca umida a bere
ella attinge il cristallo. Io lentamente
le verso a stille il vin dolce ed ardente
entro quel rosso fiore de 'l piacere;

e chinato su lei, muto coppiere,
guardo le forme dilettosamente:
la sua testa d'Ermète adolescente
e la sagliente spira de 'l bicchiere.

Or, poi che le pupille a l'amorosa
concordia de le due forme stupende
io solo, io solo, io solo ho dilettate,

godo infranger la coppa preziosa;
e improvviso un desìo vano mi prende
d'infrangere le membra bene amate.


III.

Splendidi in tra' vapori aurei de 'l vino
per lei, come pe' i belli iddii pagani
ne la serenità de 'l ciel latino,
sorgono li atrii d'Alessandro Albani.

In mezzo, un vivo stel diamantino
balza ne 'l Sole: tra i fuggenti vani
de le colonne adorano il divino
Sole i cedri, li aranci e i melograni.

Ella posa ne l'ombra, in signorile
atto: si stende a 'l niveo piè d'avanti
la pelle d'una gran tigre di Giava.

Dormono a presso i veltri da 'l sottile
muso di luccio, candidi, eleganti,
snelli, che Paol Veronese amava.


IV.

Vive anco, immersa ne 'l natale aroma,
lungo il mare una gran selva d'aranci,
ove lento il paone apre ne l'ombra
la pompa de le sue fulgide piume?

Un tempo, allor che in chiari ozi taceva
il golfo ed era il Sole alto ne' cieli,
(sempre dolce il ricordo a me) giacere
noi amavamo ne la selva d'oro.

Udivam, ne 'l silenzio, a quando a quando
cader su l'acqua i frutti, ed i paoni
schiamazzare tra i rami a noi su 'l capo;

fin che vinceane il Sonno. E de 'l profumo
agreste come de 'l calor d'un vino
si nutrivano i sogni dilettosi.


V.

Un dì, come il silenzio alto ne' campi
regnava, a mezzo il giorno, e tra le messi
cantavano i servili uomini un inno
a l'abondanza de 'l rinato pane,

ella solea discender le marmoree
scale de 'l suo palagio; ed i levrieri
d'Africa in torno a lei con prodigiosi

balzi urgevan chiedendo d'inseguire.
Sorrideami, guardando, ella. Secura,
sopra l'ultimo grado, indi blandiva

i bei levrieri dalla rosea gola,
candidi cacciatori, insofferenti
d'ozio, che in torno a lei con prodigiosi
balzi urgevan chiedendo d'inseguire.


VI.

Nel 'l cortile marmoreo, tra l'alte
colonne a cui s'abbracciano le piante
con amorosi vincoli di fiori,
tace la Bella Fonte, inanimata?

Né più Bacco fanciullo, in su li opimi
grappoli assiso, ride da la tonda
faccia e vendemmia, candido tra l'acque
riscintillanti a 'l sole ed a la luna?

Scendevano i suoi bianchi cani a l'alba
latrando; ed ella li seguìa ne 'l corso
tenendo entro il gentil pugno i guinzali.

E conduceali a dissetarsi. Oh dolce
cosa vedere lei presso la fonte,
simile a Delia, tra i beventi cani!


INVITO ALLA CACCIA.


Poi che un vel di fino argento
copre i cieli a l'albor primo,
(ne 'l mattin trepido, cento
volpi corrono fra il timo)

o voi, Clara, che dormite
ne 'l gran letto di damasco;
(odor d'erbe inumidite
sale su da 'l verde pasco)

Clara, alfin da li origlieri
sollevando il capo d'oro,
(ne 'l canil basso i levrieri
gran tumulti hanno fra loro)

ascoltate il suon de' corni
che voi chiamano a la caccia;
(per li ombrosi alti soggiorni
lascia il cervo la sua traccia)

e, ne l'abito maschile
chiuso il dolce fior de 'l petto,
(vibran lieti pe 'l cortile
i nitriti de 'l ginnetto)

o voi, Donna Clara, alfine
discendete... Urrà, mia bella!
(Rossa in cima a le colline
sta l'aurora.) In sella! In sella!


IDILLII.


L'ANDRÒGINE.


Ermafrodito, il semidio procace,
sta ne la fonte immerso
come in un letto d'oro; ed il ben terso
corpo dona a l'abbraccio di Salmace.

Tremano i fiori su la calda linfa
i calici schiudendo,
mentre si compie l'imeneo stupendo
de 'l figliuol di Mercurio con la ninfa.

A la marina, a 'l bosco, a 'l piano, a 'l monte
una immensa letizia
muove da 'l padre Sole: arde propizia
la voluttà su l'amorosa fonte.

E sal con deità di giovinezza
ne 'l favore di Giove
il gentil mostro che le forme nuove
ha temprate di forza e di bellezza.


L'ESPERIMENTO.


Ne la stanza regale, ampia e rotonda,
ove brillano scritti a le pareti
i versetti de' saggi e de' poeti
in bei carbonchi di Palesimonda,
il Re si chiude in suoi pensier segreti:
la barba il petto eröico gl'inonda.

Lo sguardo ei tien su 'l cofanetto assiro
che in dieci lune l'orafo compose.
Giunge da li orti il soffio de le rose,
quasi con metro egual, come un respiro.
Il veltro de le cacce avventurose
dorme, composto il lungo dorso in giro.

Sta ritto in piè con tutta la figura
l'unico Erede, figlio di Ieéna.
Ei tace. Una lanugin fulva a pena
gli ombra la faccia imperiosa e dura.
Bella è la bocca; e l'occhio gli balena
di desiderj enormi d'avventura.

Troppo il padre ha regnato, ei pensa. E, piano,
scegliendo ne la cintola uno stile
cui di recente un suo velen sottile
ha fatto azzurro, avanza; e con la mano,
già invitta nel frenar l'impeto ostile,
punge le nari a 'l veltro persiano.


«HYLA! HYLA!»


De la placida selva entro li abissi,
ove s'odon li egìpani bramire,
Ila di Misia, il giovinetto sire
a cui cingon la fronte i bei narcissi,

prono su la cerulëa sorgente
tutte le membra, in atto di ristoro,
v'immerge una sua grande anfora d'oro
con tardo gesto, dilettosamente.

Piegano a 'l peso de 'l metallo cavo
i calici de 'l loto; e treman l'acque
poi che l'efébo, ignudo come nacque,
in chinarsi v'intinge il suo crin flavo.

Ma da la man ch'è presa di languore
sfugge l'anfora e lenta si sprofonda:
ne 'l glauco vel la sua forma rotonda
appare qual meraviglioso fiore.

L'Asïatico già tende le braccia
trepidamente verso l'imo ignoto:
attonito, fra i calici de 'l loto
ei vede arguta ridere una faccia.

Insidiose, in lunghi allacciamenti,
ondeggiano le najadi lascive:
balenano di riso ne le vive
bocche le chiostre nivëe dei denti.

Sogguardan elle con languida brama
Ila, si torcon elle in fra le piante.
— O figliuolo del re Teodamante,
non così dolce mai Ercole t'ama! —

— O tu, de li Argonäuti diletto,
a cui cingon la fronte i bei narcissi! —
Discopron elle in tra' capei prolissi,
ridendo a sommo, il ventre bianco e il petto.

Or, prono a la soave riva, il lene
Ila sente vanir sua conoscenza,
quasi di bocca la divina essenza
d'un frutto gli si strugga per le vene.

E le najadi in lunga teorìa
sorgon, gli avvincon de le braccia il collo.
— Ila chiomato, oh simile ad Apollo! —
Ei beve, ei beve; e il caro Ercole oblìa.


VAS SPIRITUALE.


Siede una donna, bianca e taciturna,
tenendo l'arpa da le molte chiavi,
su 'l solio, ne la sacra ora notturna.

Angeli immensi reggon li architravi;
e fra simboli oscuri, in su gl'incisi
cuoj, regine con mitra ésili e gravi
stanno cogliendo rossi fiordalisi.

Raggian come pianeti i bronzei dischi
su le porte di cedro; e ne li adorni
velari i liofanti e i liocorni
mesconsi a le giraffe e ai basilischi.

Ella, rigida e pura entro la stola,
pensa una verità teologale.
Chiari i segni de 'l ciel zodiacale
a lei giran la chioma di viola.

Li smeraldi e le piume de li uccelli
brillano su 'l suo largo vestimento
onde le mani cariche di anelli
si riposano lungo l'istrumento.

E a piè de 'l solio il vescovo latino
move in ritmo un turibolo d'argento
ov'arde con la mirra il belzuino.


L'ALUNNA.


Sotto i propizïati albor notturni
ella cavalca, lungo il reo padule;
e dietro, a paro, su due bianche mule
seguon due vecchi, gravi e taciturni.

In fondo all'acque cupe di tristizia
si muovono talor vaghe figure.
Ella rafforza contro le paure
il cavallo, con placida blandizia.

Il suo corpo, che intriso fu lung'ora
nel lago d'olio all'isola Junonia,
dolce come le pelli d'Issedonia
a 'l tatto e fresco assai più che l'Aurora,

or chiuso in armatura di gioielli
molto riluce. È bionda come il miele;
e, come li occhi de la fata Urgele,
li occhi suoi brillan verdi in tra' capelli.

Sale dubbio vapor su da li stagni,
che in alto a l'aria forme truci assume;
a fior de l'acque bollono le schiume;
or sì or no da 'l limo escono lagni.

Ma balzan, di desir tutte vermiglie,
le rose in tra le zampe a 'l palafreno
e baciano a la bella dama il seno
o la mano che tien salda le briglie.

E la Luna talor, nuda le spalle,
a l'aereo veron d'oro s'affaccia
e graziosa a lei mostra la traccia
segnando cerchi magici su 'l calle.

Ella cavalca. E, poi ch'è giunta a 'l loco,
lascia d'un salto il ben gemmato arcione.
A lei li arnesi de l'incantagione
porgono i vecchi. Ell'è trepida un poco.

Or prima, i quattro venti a richiamare,
battendo ad arte con le lunghe dita
sovra una spera concava e polita,
fa la rossa mandrágora cantare.

Quindi, girando in ritmo agile a danza
tre volte su 'l sinistro piè leggiere,
coglie al fine, con risa di piacere,
l'unico fior de la dimenticanza,

che, misto a 'l succo de' giusquìami bianchi,
rende a le donne la beltà nativa
e alli uomini il già freddo cuor ravviva
e cinge di valore inclito i fianchi.


DIANA INERME.


Quando a 'l mattino il Sol gode tra li alberi
con aurea bocca attingere
il fior de l'acque, ridono i miracoli
de la luce ne 'l mobile

specchio. Ed i cervi, a cui ne li occhi il fascino
sta de le solitudini
natie, sazi de 'l pascolo, su 'l limite
scendono in torme a bevere.

Or le cervine imagini e le arboree
tremano a 'l fondo in pendula
corona: s'ode ne la pace il crépito
de le lingue che lambono.

E, poi che lievi l'aure sopra giungono,
i mammiferi timidi
ergono il muso ne l'inquietudine,
grondanti da le fauci.

Passano lievi per la selva l'aure.
Sospiran come cetere
li alberi a torno, e ne 'l divin silenzio
più gran dolcezza piovono.

Oh de le antiche iddie presente spirito!
Non quivi un giorno, in libero
d'erbe e di fior profondo letto, giacquero
donne possenti e amarono?

Biancheggia entro le chete acque una statua,
sommersa; le marmoree
forme de 'l petto resupino, simili
a chiusi fiori, emergono.

È Diana: così dorme da secoli.
Ma pur, quando a le tiepide
lunazïoni estive i boschi odorano,
si sveglia ella; ed il lucido

corpo piegando in arco alzasi. Tremano
l'acque raggiate; e, attoniti
in conspetto di tal forma, su' margini
non han li alberi fremito.

Alzasi lenta; e cresce come nuvola,
come su da la tenebra
crescea per l'arti de la maga tessala,
porgendo la man nivea.

Da quel divino gesto attratti, vengono
i cervi a lei con docile
bramire, ed una siepe alta compongono.
Gioisce a lo spettacolo

di tanta preda il cuore de la vergine
cacciatrice. — Oh lietissime
stragi sonanti lungo i fiumi patrii! —
ripensa ella; e sommergesi.


INTERMEZZO MELICO.


TITANIA: 
- Music, ho! music; such as charmeth sleep. 
A MIDSUMMER-NIGHT'S DREAM. AC. II, SC. II. 
ROMANZA.

Quale un dio lieto che gode
in sua via sparger viole
e salire ode la lode
da la sua terrena prole,

su la selva alta, che tace,
dolcemente guarda il Sole.
Roco il vento, ne la pace,
mette sue rare parole.

Stanno li alberi aspettando,
con monili di rugiade.
Sopra l'erbe a quando a quando
una gemmea stilla cade.

Hanno li alberi stupore
de la forza che li invade;
ma non anche vive un fiore
su le braccia lunghe e rade.

Pianamente viene l'Ora.
Ella, come l'Ebe, è bionda;
e de' baci de l'Aurora
ella ancora è rubiconda.

Ne la man con gesto lieve
da i virgulti accoglie l'onda.
Guarda e ride. Quindi beve,
con felicità profonda.

E la selva a poco a poco
cede al fascino de 'l Sole.
Ne la pace, il vento roco
mette sue dolci parole.

ROMANZA.

Ondeggiano i letti di rose
ne li orti specchiati da 'l mare.
In coro le spose con lento cantare
ne 'l talamo d'oro sopiscono il sir.

Da l'alto scintillan profonde
le stelle su 'l capo immortale;
ne 'l vento si effonde quel cantico e sale
pe 'l gran firmamento che incurvasi a udir.

Ignudo, le nobili forme
consparso d'un olio d'aroma,
l'amato s'addorme: la sua dolce chioma
par tutta di neri giacinti fiorir.

Discende da' cieli stellanti
un fiume soave d'oblio.
Le spose, pieganti su 'l bel semidio,
ne bevon con lungo piacere il respir.

ROMANZA.

Sotto l'acqua diffuse
verdeggiano le piante;
e in rigido adamante
paion constrette e chiuse.

Le coppe ampie de 'l loto
splendono ivi, non tocche:
su 'l loro stelo immoto
paiono aperte bocche.

Ancora il vaso d'oro
che a l'acqua Ila protese,
la vasta urna cretese
da 'l bel fianco sonoro,

fa co 'l suo grave pondo
le foglie ancor piegare.
Ma non s'odono a 'l fondo
le najadi cantare.

Le najadi procaci,
che il giovinetto sire
ad Ercole rapire
osarono co' baci,

giacciono a 'l fondo estinte
da gran tempo ne 'l gelo;
e le lor membra avvinte
che splendean senza velo,

quelle membra ove i lievi
fiori de 'l sangue allora
uscían brillando fuora
come rose tra nevi,

e li occhi ove saette
avea certe il disío,
e le bocche perfette
ove più d'un bel dio

trapassando per Colco
piacquesi a lungo bere,
e le chiome leggere
che segnavan d'un solco

aureo l'acque ne 'l nuoto
involgendo e portando
i calici de 'l loto
con un murmure blando,

or tutto è inerte e informe
ne l'ime sedi algenti.
In biechi atteggiamenti
di morte, il coro dorme.

Dorme per sempre il coro
de le ninfe sommerse;
ma brilla il vaso d'oro
ch'Ila ne 'l fonte immerse.

ROMANZA.

Ecco Settembre. O amore
mio triste, sogneremo.
In questo ciel l'estremo
sogno dileguerà.

D'un pensoso dolore
Settembre il ciel riempie.
Gli languon su le tempie
le rose de l'està.

Egli pensa. Un vapore
lento per l'aer fuma
e lento si consuma
ne la serenità.

Egli soffre. Il dì muore.
Come un lieve asfodelo,
la nuova luna in cielo,
ecco, traspare già.

S'apre il celeste fiore,
l'esile fior notturno:
guarda il mar taciturno
ove si specchierà;

guarda con dolce ardore
il vespero fuggente.
Sia così dolce e ardente
l'ultima voluttà!

       Jessica. S. V.

ROMANZA.

Prono, su 'l mar natale
cui nasconde la duna,
ride il sole autunnale,
dolce come la luna.

S'ode il mare pe 'l lido
gemere, lento e grave.
S'ode talora il grido
fievole d'una nave

che faticosa in vano
lotta co 'l vento avverso,
o il richiamo lontano
d'un uccello disperso,

o l'improvviso tuono
d'un'onda più gagliarda.
Ride il sole, già prono,
e dolcemente guarda.

ROMANZA.

Il porto ampio s'addorme,
stanco d'uman lavoro:
chiude un molle tesoro
entro il suo seno enorme.

Par che ne l'aria salga
un suo possente fiato:
è caldo e profumato
come di frutti e d'alga.

Arde qualche fanale,
raro tra la nebbietta:
il chiaror torbo getta
lunghe e péndule scale.

Ad ora ad or si leva
un flutto, e su le prore
fa trepido romore
qual d'un gregge che beva.

Come crescono i vènti
de la terra, più gravi
li odori e più soavi
e più sottili e ardenti

salgon da' vasti legni
carchi di spezie rare.
E ne l'alba lunare
a noi s'aprono i regni

meravigliosi, i liti
cari a 'l Sole, ove amando
vivono e poetando
uomini forti e miti.

Da 'l soffio a l'aria effusi
per lunghe onde i profumi,
come celesti fiumi
in un solo confusi,

ondeggian su la bruna
congerie de le antenne.
Ed ecco, ne 'l solenne
silenzio de la luna,

alzasi un lento coro
da quella selva informe.
Il porto ampio s'addorme,
stanco d'uman lavoro.

ROMANZA.

Ne la coppa elegante
ove il sole ha fulgori
tremuli e gai colori
come in un diamante,

non anche dà un sospiro
il giglio morituro.
Piega, mistico e puro,
in suo dolce martíro.

Cade, su l'acqua accolta
ne la carcere breve,
mite come la neve
qualche foglia disciolta;

e li stami che ardenti
quali raggi da un serto
rompeano da l'aperto
seno a tentare i vènti,

i vivi agili stami
cui d'un volo sonoro
cingean gl'insetti d'oro
laboriosi a sciami,

entro il calice infranto
paiono irrigiditi
verso Dio, come i diti
lunghi e scarni d'un Santo.

Un odore assai fioco,
odor quasi d'incenso
che per un tempio immenso
vanisca a poco a poco,

da 'l giglio umile sale
divotamente a 'l cielo.
Trema il languido stelo.
O Vas spirituale!

ROMANZA.

Ne le sue nubi avvolta
la Luna si riposa,
come in profondo letto.
Ridendo, a volta a volta,
sorge come una sposa
ignuda a mezzo il petto.

Ancor su l'acqua splende
trepidamente in arco
il solco de 'l naviglio;
e lungi si protende
la fresca ombra de 'l parco
entro il chiaror vermiglio.

Ne l'aria de la notte
il fior d'arancio effonde
odor più dolce e pieno,
misto a 'l fior d'oleandro.

Su la scala, ove rotte
hanno gemiti l'onde,
Rosalinda vien meno
tra le braccia a Silvandro.

RONDÒ PASTORALE.

A 'l gran Maggio i vènti aulenti
per le selve hanno lamenti
vaghi e assai lontani cori;
e, recando ampi tesori
d'acque, suonan le correnti.

Oh bei colli, sorridenti
ne' rosati albeggiamenti,
d'onde salgon mille odori
       a' l gran Maggio!

Siede in mezzo i bianchi armenti
Gallo e trae novi concenti
da' l suo flauto a sette fori;
e i richiami ode Licori
da le siepi rifiorenti
       a' l gran Maggio.

MATTINATA.

Spandono le campane
a la prim'alba l'Ave.
Spandono questa mane
un suon grave e soave
le campane lontane.

Nivea come neve
la nebbia copre il mare,
Fluttua lieve lieve;
è rosea; scompare
Bocca d'oro la beve.

E neve e rose ed oro
il mattin fresco mesce.
Un alto inno sonoro
fanno come dì cresce
ond?è campane in coro.

Salve, Janua coeli/
Co'l dì la nostra bella
fuor de' sogni e de' veli
balza. Ave, maris stella!
Salve, Regina Coeli!

RONDÒ.

Come sorga la luna
da le cime selvose
e grave su le cose
sia l'oblio de la luna,

amica, tu verrai
furtiva ne 'l verziere.
Hanno i consci rosai
ombre profonde e nere.

O amica, senz'alcuna
tema verrai: le rose
avran latébre ascose
per lor sorella bruna,
come sorga la luna.

ROMANZA.

Ella tremando venne
alfine, ove a me piacque.
Che mai dicevan l'acque
ne 'l silenzio solenne?

Palpitavan le stelle
ne la conca profonda;
come fiori, più belle
splendeano in tra la fronda.

Parevano i roseti
ne l'ombra alte compagi
di neve: in loro ambagi
avean cari segreti.

Ella con le due braccia
il mio collo ricinse,
e mi porse la faccia,
e tutta a me s'avvinse.

Con sì lungo piacere
io la baciai d'amore
che parvemi ne 'l cuore
tutte le rose avere.

Ben or, se l'aulorose
labbra onde il miel trabocca
bacio, sapor di rose
mi si diffonde in bocca.

RONDÒ.

Entro i boschi alti e soli
(era la luna piena)
fluiva in larga vena
canto di rosignoli.

Da 'l triste inno corale
pendeva ella, in ascolto.
Chino su 'l davanzale,
io pendea da 'l suo volto.

Non i miei lunghi duoli,
non de 'l suo cor la pena
a la notte serena
diceano i rosignoli
entro i boschi alti e soli?

RONDÒ.

Lungi i boschi alti e sonori
dove l'Austro avea gran lite
e da mille verdi vite
salían canti a' nostri amori!

Eran tristi i bei cantori
a le nostre dipartite.
Ma pur oggi, o amica, dite:
non udite i nuovi cori?

Ne' religïosi albori
sorge Roma, augusta e mite;
e le sue cupole ardite
prende il sole e i vasti fòri,
augurando a' nostri amori.

ROMANZA.

Dolcemente muor Febbraio
in un biondo suo colore.
Tutta a 'l sol, come un rosaio,
la gran piazza aulisce in fiore.

Dai novelli fochi accesa,
tutta a 'l sol, la Trinità
su la tripla scala ride
ne la pia serenità.

L'obelisco pur fiorito
pare, quale un roseo stelo;
in sue vene di granito
ei gioisce, a mezzo il cielo.

Ode a piè de l'alta scala
la fontana mormorar,
vede a 'l sol l'acque croscianti
ne la barca scintillar.

In sua gloria la Madonna
sorridendo benedice
di su l'agile colonna
lo spettacolo felice.

Cresce il sole per la piazza
dilagando in copia d'or.
È passata la mia bella
e con ella va il mio cuor.

RONDÒ.

Quante volte, in su' mattini
chiari e tiepidi, io l'aspetto!
Ella ancora ne 'l suo letto
ride ai sogni matutini.

Su la piazza Barberini
s'apre il ciel, zaffiro schietto.
Il Tritone de 'l Bernini
leva il candido suo getto.

I nudi olmi a' Cappuccini
metton già qualche rametto:
senton giugnere il diletto
de' meriggi marzolini.
Come il cuor balzami in petto
se colei vedo, che aspetto,
in su' tiepidi mattini!

ROMANZA.

Vi sovviene? Fu il convegno
sotto l'Arco dei Pantani.
Voi, saltando giù da 'l legno,
mi porgeste ambo le mani.

Ridean l'agili colonne,
tutte argento buono, a 'l sol;
ed i passeri loquaci
le cingean d'allegro vol.

Sotto l'Arco il cavalcante
attendea con i due bai.
Con sì pronto atto elegante
voi balzaste, ch'io pensai:

— Quante volte ne' selvaggi
parchi il cervo ella inseguì?
Dolce cosa al fianco suo
galoppar tra gli allalì! —

Voi chiedeste, con un riso
ne' belli occhi: — Dunque andiamo! —
Era bianco il vostro viso,
bianco assai. Risposi: — Andiamo. —

Ma facean altre parole
gran tumulti in fondo a me.
Le contenni: il cuor ne 'l petto
con che furia mi battè!

Era il fòro taciturno
da una grave ombra occupato.
Sopra il tempio di Saturno
indugiava il dì, pacato.

Un non so che senso augusto
si spargea, di deità,
su da quella morta pietra
ne la gran vacuità.

Un istante voi fermaste
il cavallo in su 'l confine.
Ne l'eguale ombra più vaste
digradavan le ruine.

Ma s'apría più vasto ancora
e profondo il mio desir.
Io sentìa l'impeto forte
a la mia bocca salir.

Voi diceste: — Or dunque il vostro
bel San Giorgio? È ancor lontano? —
In silenzio alto di chiostro
era il fòro. Con che strano

sentimento di tristezza
ne 'l silenzio risonò
quella voce, e ne 'l mio cuore
la speranza ravvivò!

A San Giorgio io vi guidai,
a la chiesa erma e gentile
che fiorito a' novi rai
leva il roseo campanile.

Da la prossima Cloaca,
che de 'l maggio a la virtù
pur fioría, di femminette
gran cantar veniva su.

I mattoni bisantini
rilucean vermigli a 'l sole,
come fosser pietre fini,
carboncelli o cornïole.

Oh San Giorgio benedetto!
Ivi alfin l'amor s'aprì.
Dolci cose io vi parlai.
Piano, voi diceste sì.

ROMANZA.

Dolce ne la memoria
quella vista si leva.
Su l'Aventino ardeva
lento il giorno: una gloria

come di bianche rose
versava il ciel su 'l colle
e copría de la molle
neve tutte le cose.

A 'l pian nebbie leggere
si spandeano da 'l fiume:
parean, ne 'l dubbio lume,
volubili riviere

traenti in loro ambagi
favolosi navigli.
Dietro, grandi e vermigli
tra i cipressi i palagi

su 'l colle imperiale
parean arsi da chiusi
fochi. In un sol confusi
romor profondo eguale,

suoni d'opere umane
salían da la vicina
ripa; a Santa Sabina
squillavan le campane.

Una pace serena,
la pia pace che amavi
ne' tuoi cieli soavi,
o Claudio di Lorena,

si spandea ne l'occaso,
piovea su' cuori oblío.
Vinto l'essere mio
da quel fascino e invaso,

tutto de la recente
voluttà pieno ancora
(come, o dolce signora,
la tua bocca era ardente!),

all'alto all'alto, anélo,
tendea, spenta ogni guerra.
E parea che la terra
illuminasse il cielo.

OUTA OCCIDENTALE.

Guarda la Luna
tra li alberi fioriti;
e par che inviti
ad amar sotto i miti
incanti ch'ella aduna.

Veggo da i lidi
selvagge gru passare
con lunghi gridi
in vol triangolare
su 'l grande occhio lunare.

Veggo pe 'l lume
le donne entro i burchielli:
vanno su 'l fiume,
date all'acqua i capelli,
tra i gridi delli uccelli.

Tende ogni amante
all'amante le braccia
e a sè l'allaccia
entro la bianca traccia
de l'astro radiante.

Passan li uccelli.
Oh chiome feminili,
chiome gentili,
lunghe reti sottili
tratte dietro i burchielli!

Oh di roseti
profondi laberinti
ove i poeti
in giacigli segreti
stanno alle belle avvinti!

La nostra nave,
cui non pinse Ki-Tsora,
va con soave
andare; e su la prora
tu ti stendi, o signora.

I tuoi capelli
sciolti hanno il fresco odore
dei ramoscelli
che ondeggian lenti, in fiore,
con sommesso romore.

La tua man breve,
passando, i fiori coglie:
par tra le foglie,
tra i calici di neve
una farfalla, lieve.

Ma, come pieno
è il grembo, ti riposi:
palpita il seno,
bevono il gran sereno
li occhi meravigliosi;

e dolcemente
stan su i fiori adagiate
le mani. — Oh fate,
belle mani adorate,
il gesto che consente!

LAI.

La Luna diffonde
pe' cieli suo latte:
a lei, chiuse e intatte,
sospiran le selve,
profonde.

Un murmure, lento,
si spande ne 'l piano;
e giunge un lontano
di cervi bramire
su 'l vento.

Discende ne l'ode
la dea che m'è dolce;
e a me i suoni molce
de 'l verso. Ma l'altra
non ode.

Ma quella ch'io amo
non ode. I roseti
ancora han quieti
misteri e fan lungi
richiamo;

e ancor ne' giacigli
rimangono l'orme
recenti e le forme
recenti tra i fiori
vermigli.

Ma quella ch'io bramo
non meco vi giace...
O cuor senza pace,
ed occhi miei lassi,
moriamo.

RONDÒ.

Com'api armoniose
uscenti a 'l novo sole
per le felici aiuole
de' gigli e de le rose,

queste che Amor compose
delicate parole,
com'api armoniose
uscenti a 'l novo sole,

su le chiome odorose
che Amor cingere suole
di sogni e di viole
spìrino dolci cose,
com'api armoniose.


SONETTI DELLE FATE.


A GIUSEPPE CELLINI.


Lino ai boschi de l'isola di Creta
udía le ninfe correre tra i rami
e Teocrito udía lunge i richiami
di Lyda a riva e i canti di Dameta.

Tu ne li orti d'Italia odi, o poeta,
rider le fate come in lor reami.
Ti chiede Urganda: — O mio sire, tu m'ami? —
e ti trae ne la sua reggia segreta.

Agile, ardente quale fiamma, Urganda
t'intesse a torno con rapidi voli
una danza di perfida virtù.

Ma non anche tu dormi in Broceglianda
tra i mirti intonsi, a' lai de' rosignoli,
poi ch'io suono il fatal corno d'Artù.


ELIANA.


Dorme a notte il palagio d'Elïana,
simile a un dòmo gotico d'argento.
Or, ne la luce senza mutamento,
pare un fragile incanto di Morgana.

Armoniosa come uno stromento
apresi a torno l'alta ombra silvana;
ed a piè de la scala una fontana
singhiozza in ritmo ne 'l silenzio intento.

A torme a torme candidi paoni,
lenti, silenti come neve in aria,
discendono su l'agili ringhiere.

Sono le spose morte di piacere,
che tentan la dimora solitaria.
E il bosco è pieno d'implorazïoni.


MIRINDA.


Mirinda e il fido, ne l'occulta stanza,
adagiati su' troni orientali,
dilettansi a gittar lucidi strali
sotto i piè d'un fanciul nudo che danza.

Un grande e bianco augello, a passi eguali,
carico d'otri, sparge in abondanza
acque d'ambra d'insolita fragranza
su i marmi che dan lume ai penetrali.

— Vedrem fiori, com'ampie urne, fiorire;
berremo un vin ne' puri alvi de' frutti;
e guarderemo entro smeraldi il sole. —

Dice Mirinda. E il tremulo nitrire
de' liocorni e il murmure de' flutti
si mescono a le sue lente parole.


MELUSINA.


Guarda, assisa, la vaga Melusina,
tenendo il capo tra le ceree mani,
la Luna in arco da' boschi lontani
salir vermiglia il ciel di Palestina.

Da l'alto de la torre saracina,
ella sogna il destin de' Lusignani;
e innanzi a 'l tristo rosseggiar de' piani,
sente de 'l suo finir l'ora vicina.

Già già, viscida e lunga, ella le braccia
vede coprirsi di pallida squama,
le braccia che fiorían sì dolcemente.

Scintilla inrigidita la sua faccia
e bilingue la sua bocca in van chiama
poi che a 'l cuor giunge il freddo de 'l serpente.


GRASINDA.


Dorme Grasinda in mezzo a' suoi tesori,
ove l'incanto un sonno alto le impose.
E l'intima dolcezza de le cose
ver lei migra in assai vaghi romori.

Fremono a torno li alberi canori,
da la grande armonía piovendo rose
quasi che per virtù misteriose
si rispandano i suoni in rari fiori.

Lento il corpo ne 'l sonno a 'l ritmo cede:
compongonsi le membra agili in arco
e prendon forma di lunata lira.

Si tendono le chiome argute al piede
facendo strano a' due pollici incarco;
e su tal corda l'anima sospira.


MORGANA.


Or tremule, su i mari e su le arene,
crescon ne la lunare alba le imagi:
materïati d'oro alti palagi
e torri ingenti assai più che Pirene.

Salgono scale in luminose ambagi
con inteste di fior lunghe catene.
Come navi in balía de le sirene,
ondeggiano le pendule compagi;

poi che Morgana, in dolce atto giacente
ne 'l letto de la nube solitaria,
quasi ebra di quel suo divin lavoro,

ama, seguendo un carme ne la mente,
cullare de le man languide a l'aria
la città da le mille scale d'oro.


ORIANA.


Orïana tenea l'incantamento.
Giacean, ebri d'assai dolci veleni,
ne l'antro i prodi; e larga di sereni
sogni la Luna era a l'umano armento.

Pascean su 'l limitare i palafreni
meravigliosi, li émuli de 'l vento:
battean la lunga coda in moto lento
a la coscia, e nitrían per li alti fieni.

Giunse Amadigi a l'antro solitario,
tutto de l'armi splendide vestito;
e tre volte suonò, ne 'l muto orrore.

Quindi, rompendo il magico velario
che l'edera tessea, con quell'ardito
gesto egli prese ad Orïana il cuore.


ORIANA INFEDELE.


Quando Amadigi con l'eterna amante
giunse a l'isola Ferma (auree ne 'l giorno
lucean le mura ed i verzieri in torno
aulívano), le porte d'adamante

s'apriron mute e gravi, a 'l suon de 'l corno;
ma, lasciando Orïana a Floridante,
il Donzello del mare, almo e raggiante,
penetrò solo ne 'l divin soggiorno.

Disse a la donna il bel sir di Castiglia:
— Ahi che troppo di te m'arse il desio!
Or tu m'odi! — E la trasse ai labirinti.

Mago ne l'aria odore di jacinti
vinse Orïana de 'l soave oblio.
Ridea Lurchetto in sua faccia vermiglia.


SONETTI DELL'ANIMA.


I.

AMMONIMENTO.


Fratello, ecco la via. Procedi in pace.
Assai buona è la via. La Morte è in fondo
ed un letto t'appresta assai profondo.
Teco abbi la Speranza, unica face.

Procedi e canta, se cantar ti piace;
ed anche, se tu puoi, canta giocondo
e rompi il tedio ché il nemico immondo
t'avvolgerà come in visco tenace.

Se venga innanzi il cavalier Dolore,
cui fuor de 'l morion fiammano li occhi,
non temer già de 'l ferro di quell'asta.

Ma porgi a la ferita il tuo gran cuore;
non mai ti ripiegare in su' ginocchi;
per quanto il sangue sia, non dir mai basta.


II.

L'ASSEDIO.


Anima, e sai tu ben qual mala pugna
il Piacer abbia a le tue porte accesa
e come, ad avanzar sua folle impresa,
con simulazioni anche ti giugna!
Si che tu più non hai contra quell'ugna
perfida scampo, più non hai difesa,
non hai più tregua; e in van suoni a distesa,
in van chiedi mercede a chi t'espugna.
Ma pur, fra il tempestar de la rapina,
tuona una voce: — O tu che se 'in travaglio,
alzati a me, ché questa è mortal guerra! —
Odi tu, sfavillando a la divina
voce come l'ancudine a 'l buon maglio.
— Aiuta, — preghi — il passo altri mi serra! —


III.

ALL'IDEALE.


Tu sei la luce limpida e tranquilla
ove il mal ne li spiriti fuggenti
perdesi, come ne le foglie a' venti
perdeasi la sentenzia di Sibilla.
La fontana tu sei che canta e brilla
ne l'alba e chiama all'acqua i sizienti:
accorron essi, come l'api ardenti
a 'l giglio che il più puro miel distilla.
Ma non poss'io veder la tua sovrana
luce, poi che un crudele bacio ancora
queste aggravate palpebre m'aggrava.
Bere io non posso a la tua pia fontana,
poi che un crudele bacio m'addolora
questa bocca che molto t'anelava.


IV.

INANIS IMPETUS.


Per trovar te la triste alma si strugge
vanamente, sentendosi perire,
ché da le piaghe l'inimico sire
con labbra molli ogni virtù le sugge.
Ma, ecco, prende un subitano ardire
e da la stretta de 'l nemico fugge.
Io l'odo, ne 'l profondo cor, che rugge
rinfocolando alfin tutte sue ire.
— Orsù, voi tutti, o spiriti, in coorte
sorgete da l'angoscia che vi prostra!
L'ultima nobiltà qui si dimostra. —
Impeto vano; ché il nemico accorte
tragge saette a la suprema giostra
da 'l dolce riso de la donna nostra.


V.

LA PIETÀ.


Quando da l'asta il pio conte Guilano
ebbe rotto il gran petto, impietosita
volle Oranda tener su la ferita
tutta una notte la sua bella mano.
Fu l'inusato impedimento vano,
ché un rio vermiglio corse in fra le dita.
Ma lieto il paladin rese la vita,
tanto gli piacque l'atto dolce e strano.
Non io così; però che ne 'l dolce atto,
sentendo l'onda correre, tu goda,
e un poco io provi l'unghie tue sottili.
Ed, ahi, non fugge l'anima sì ratto,
per l'orribile varco, che non oda
tu sorridendo i miei gemiti vili.


VI.

I GIGLI.


Quando prima ella a me con un immenso
grido sofferse (ancor l'anima trema),
un gran fascio di gigli, un puro emblema,
effondea presso il letto un puro incenso.
Or, quando impuramente ogni mio senso
beve da lei la voluttà suprema,
odo il flutto de 'l mio sangue che scema,
udire il rombo de la Morte io penso.
Ma i gigli (mentre un vel li occhi m'ingombra
e dietro il vel tutte le cose oblìa
l'anima), i gigli, i gigli, a quando a quando,
alti e soli risplendere ne l'ombra
vede la moribonda anima mia,
sé ne la voluttà riprofondando.


VII.

L'ESPERIDI E LE GÓRGONI.


Splendonmi ne 'l pensier li orti vermigli
ove cantan l'Esperidi. Aretusa
dice cantando: — A la mia chioma effusa
chi vuol con lenta mano intesser gigli? —
Ed Egle e l'altra: — I fiori offron giacigli
assai grati. Chi scende, a notte chiusa? —
Ridon alto le Górgoni; e Medusa
agita i serpi e inarca i fieri artigli.
Ma quel lor gregge d'uomini impietrito
le voci de le tre sorelle ascolta,
però che il senso ancor ne 'l sasso duri.
Duolsi stridendo per meandri oscuri
l'anima, sola ne l'orror sepolta.
E in vano in van risuona il dolce invito!


VIII.

BEATA BEATRICE.


Talor, mentre son vile, ne la notte
de 'l mio dolore un'improvvisa luce
s'apre; e così candidamente luce
che più fredda e profonda è poi la notte.
Non tu vieni, o sorella, a questa notte
recando la pietà de la tua luce?
L'anima s'alza, poi che un sogno luce
in lei fuggendo come lampo in notte.
Oh ricordarsi! Oh allor che da 'l mio sangue
ella parve salir come una nube
di gloria, come un turbine di gioia!
Oh allor che tutto il giovenil mio sangue
cantava lei risaliente in nube
d'anèmoli, su fiamme alte di gioia!


IX.

PARABOLA.


Sarò come colui che si distende
sotto l'ombra d'un grande albero carco
omai sazio di trar balestra od arco;
e in su 'l capo il maturo frutto pende.
Non ei scuote quel ramo, né protende
la man, né veglia in su le prede a 'l varco.
Giace; e raccoglie con un gesto parco
i frutti che quel ramo a 'l suolo rende.
Di tal soave polpa ei ne 'l profondo
non morde, a ricercar l'intima essenza,
perché teme l'amaro; anzi la fiuta,
poi sugge, con piacer limpido, senza
avidità, né triste né giocondo.
La sua favola breve è già compiuta.


X.

RVRSVS HOMO EST.


Levando il Sole, a la stagion novella,
verzicando li arbusti in ogni proda,
io soletto n'andrò dove non s'oda
opera d'uomo o canto di donzella.
Allor, ne 'l soffio de le cose, in quella
pace, io senta cader la tua gran froda,
o Amore, questo serpe che m'annoda
l'anima e il corpo con si fiere anella!
Dirò piangendo di dolcezza: — O buono
Spirito de la Terra, e tu rinnova
la mia vita! Fa' lei più pura e forte! —
Lungo s'udrà ne 'l ciel sereno il tuono
ad annunciar la maraviglia nova.
Ed io risorgerò da la mia morte.


TRISTEZZA D'UNA NOTTE
 DI PRIMAVERA. 


I.

La terra madre, a 'l novo Sol commossa
ne l'imo grembo, alti prodigi or pensa.
Terribile ed oscura è la sua possa.
Ma ne la notte pia tutte le forme
compongono una forma unica immensa.
Composta in pace, la gran Madre dorme.
Contemplano in silenzio le divine
stelle quel sonno. Ella respira il mondo.
Io l'odo ne la notte, senza fine,
sollevar forte il suo petto profondo.


II.

Poi che su 'l colle già la luna è spenta,
piovono li astri, lacrime immortali,
ne la notte profonda, umida, intenta.
Lacrime di dolor silenziose,
piovon li astri per l'etere. Da quali
occhi? Oh compianto de le oscure cose!
Oh divina pietà su 'l nostro umano
cuore! Oh pietà su noi, de' cieli vasti!
Né pur tu, forse, o nostro amor lontano,
mai con tanta dolcezza lacrimasti.


III.

In me misero fan tumulto forte
gli interni sogni; e con dolor novello
dell'un vago desìo l'altro risorge.
Muta è la bocca, quasi che la Morte
posto v'abbia il suo gelido suggello;
né speranza più mai l'anima scorge.
In van da 'l ciel la mite Alba rimira!
La carne è stanca e l'anima già spira.


IV.

Ove tendono li astri in lento coro?
Tendono per la via de l'ombre a 'l Giorno.
Anima, ti congiugni a' raggi loro!
La via de l'ombre sale ad auree porte:
fiumi d'oblìo d'in torno;
sta su le soglie fulgida la Morte.
Sta su le soglie, pronta ella ad aprire.
Anima, segui li astri in lor cammino!
Dolce ti sia con loro impallidire:
segno che il novel Giorno è omai vicino.


SONETTI DELL'EBE.


IL CAVALIERE DELLA MORTE.


In un'antica stampa de 'l Durero
va contro maghi e draghi a la battaglia
tutto chiuso ne l'arme un Cavaliero
su 'l gran cavallo coperto di scaglia:

a 'l fianco l'accompagna da scudiero
la Morte senza piastra e senza maglia,
dietro gli segue da valletto il nero
Peccato; e fosca innanzi è la boscaglia.

Io così, nuovamente, a la conquista
de l'Arte e de l'Amor, salgo la vita;
ma il mio bieco scudier non mi rattrista,

ma il valletto ridendo alto m'incita
ed incanto non v'ha che mi resista,
poi che già in groppa, o Bella, io t'ho rapita.


IL FIUME.


I.

Quando lungo il selvaggio
fiume la mia signora
navigava, a l'aurora,
con pomposo equipaggio,

si faceva canora
la riva a 'l suo passaggio
e li uccelli di maggio
volavan su la prora.

Scendevano i tappeti,
di color rosso e giallo,
ne l'acqua di turchese.

E i galanti roseti
salutavano il gallo
dipinto su 'l palvese.


II.

Per virtù de' miei canti
emergevan da l'onda
amorosa e feconda
mille fiori odoranti;

e la signora bionda
da' grandi occhi stellanti
arrideva alli incanti,
con voluttà profonda.

Prendeano singolare
forma ne 'l dubbio lume
alti i pioppi d'argento

e parean s'abbracciare
giù ne 'l letto de 'l fiume,
co 'l favore de 'l vento.


III.

Sorgean quindi, nutrite
da 'l padre fiume, vive
selve lungo le rive
e s'aprian ne 'l ciel mite.

Da le sedi native
le ninfe sbigottite
correvano inseguite,
candide fuggitive.

E pe' i recessi impervi
de i divini soggiorni,
ne 'l silenzio divino,

bramivan come cervi
li egìpani, bicorni
iddii da 'l piè caprino.


IV.

La bianca dama il ciglio
con la man, dolcemente,
schermìa da la nascente
forza de 'l sol vermiglio

e l'altra man pendente,
simile a un molle giglio,
tenea fuor de 'l naviglio
entro l'acqua corrente.

E nulla era più bello
e leggiadro de l'atto
ch'ella facea, tra i raggi,

cogliendo un ramoscello
o un gran fiore scarlatto
da li argini selvaggi.


V.

Quando a terra posava
ella il suo piè ducale,
la selva fluviale
tutta in fiore cantava.

Saliva il nuziale
inno a l'ospite flava;
e a 'l tuono era la cava
selva una catedrale.

Io, piegando i ginocchi,
dicea: — Bionda signora,
un servo, ecco, si prostra.

Ella chinava li occhi,
bella come l'aurora,
e dicea: — Sono vostra.


IL CANTO.


Un giorno ella cantò, su la galea,
ad alleggiar la mia grave fatica.
E il mare a noi, spirante ancor l'antica
divinità, propizio sorridea.

Al riso innumerevole, l'aprica
riva non lungi in breve arco splendea,
polita e bianca, qual ne l'Odissea
la riva de la dolce Näusìca.

Or così, mentre io ripensava Ulisse,
guardando pe 'l seren grembo de l'acque
palpitar l'ombra de l'amata chioma,

parvemi, Omero, il dáttilo fiorisse
in sommo de 'l gentil labbro, che nacque
a favellar ne 'l tuo puro idïoma.


SIMILITUDINE.


Pascono in ozio su le mura erbose
i cavalli asïatici d'Erode,
mirabili cavalli; e tra le rose
il fluttuare de le lunghe code

mollemente si perde. Accidiose
dormon le palme a torno in su le prode,
e or sì or no ne 'l sonno de le cose
il vivente de 'l mar fremito s'ode.

Ma se Jacìm con rauco grido appare,
balza correndo a lui lo stuol disperso,
a lui guardando da li occhi inquieti.

Amo così, mia bella, io figurare
i desideri miei per te ne 'l verso,
cavalli pascolati in tra i roseti.


SOGNO D'UNA NOTTE DI PRIMAVERA.


Tu discendi con pompa orientale
giù pe' i lucidi gradi; ed una schiera
di femmine ti segue, per la nera
scala raggiando la beltà nivale.

Verso la terra, in atto di preghiera,
tu protendi le braccia; ed a 'l segnale
da le bocche mulièbri agile sale
il cantico a la nuova primavera.

Si muovono con lento ondeggiamento
le teste a 'l ritmo, e su per l'aria aperta
in lontananza il pio cantico spira.

Odesi, poi che il gran clamore è spento,
la lunga scala d'ebano, coperta
di femmine, vibrar come una lira.


L'ADORAZIONE.


Pallidi ne li azzurri jacintèi
stan li oleandri lungo il mar giocondo,
quali Tádema, il dolce pittor biondo,
già vide ne li idilli di Pompei.

Biancheggiano in quadrùplo ordine a tondo
su le insigni colonne i propilei;
e da l'ombra felice ove tu sei,
Ebe, ne l'aria sale odor profondo.

L'aroma de 'l divin fiore, che intatto
ne 'l tuo misterioso essere chiudi,
per una lenta ebrïetà m'attira.

De le trepide braccia, umile in atto,
io ricingo i tuoi piè candidi e nudi.
Suona l'anima mia, come una lira.


RURALI.


AGLI OLIVI.


Olivi, alberi sacri, o voi che intenti
nel terribile ardore meridiano
udite il mare, o voi che il verbo arcano
udite nel fragor de' firmamenti,

olivi, alberi sacri, udite, udite,
la preghiera dell'uomo! O voi, palladia
munera, o voi più sacri della vite,

più sacri de la messe, alberi insigni,
deh versate la pace che v'irradia,
l'inclita pace, nel cuor mio, benigni.

Olivi, alberi sacri, o voi, serena
ghirlanda ai colli ne l'azzurro immenso
gravi di tale maestà ch'io penso
l'antichissima dea Pallade Atena!


VIA SACRA.


Io te porto su 'l plaustro alto, Maraja,
istorïato d'angeli e di santi,
su 'l plaustro di trionfo a quattro paja
di bovi da le corna erte e lunanti.

Ondeggia in ritmo ai passi ogni giogaja
bianca splendendo; il can fulvo davanti
gioiosamente a i gravi passi abbaja;
e a 'l salïente amor s'alzano i canti.

Oh per il colle olivi in rare file
sopiti, in un pallor dubbio di argento
su 'l dolce azzurro pomeridiano!

Oh tra li olivi il coro feminile
svolgentesi ne l'aria senza vento,
come un ampio cantar gregoriano!


PER LA MESSE.


I.

Quando il tuo corpo d'Ebe, alto, ridente
ancor d'infanzia e già schiuso nel fiore
de la prima bellezza adolescente,
sorse avanti improvviso (era l'odore

pe' i ricolti sereno), la vivente
ubertà de' capelli a 'l fulvo ardore
de le spighe così naturalmente
si giunse e così vergine il candore

del sol ne l'innocenza del mattino
arrise, ch'io tremai. Non forse tu,
risorta da la terra genitrice,

eri un'iddia de 'l buon tempo latino?
E non venivi ai popoli datrice
d'una nuova più forte gioventù?


II.

Sia con l'uomo la pace e la giustizia.
Tace, inerte nel sonno, la pianura
sazia di luce e pingue di dovizia
oppressa da l'immensa genitura.

Argentëi de' venti a la blandizia
li olivi custodiscon la matura
copia. Fáusto il ciel brilla; e un coro inizia
i gravi offici de l'agricultura.

E si svolge così, ne la profonda
serenità de la tua luna estiva,
l'inno del pane, o madre terra esperia;

come quando per Cerere feconda
il mite canto arvalico saliva,
regnando Numa con la ninfa Egeria.


III.

Or falcian diecimila braccia umane
la messe del frumento. Come antiche
are sacrate a deità pagane,
su i rasi campi sorgono le biche;

e lietamente l'uomo a le fatiche
piega la forza de le membra sane,
però che ride in cima de le spiche
a l'uom l'augurio de 'l futuro pane.

Guarda da l'alto su la rusticale
opera il Sole, dio benigno e grande
a cui sacro è ne' solchi ogni covone.

E ne la pia letizia cereale
per me la tua geòrgica si spande,
o Publïo Vergilïo Marone.


LA MADRE.


Vigile, all'alba, sta su 'l limitare
della casa la Madre ottagenaria,
da poi che alla fatica frumentaria
i molti figli attendono. E cantare

ode la Madre i figli alto nell'aria
concordemente l'inno salutare
che prega il Sole di beneficare
la santità dell'opra alimentaria.

Alla dolcezza del compatimento
materno in cuor de' figli la nativa
pazienza risorge. Or, tra i sudori

e la sete e la polvere ed il vento,
la pazienza è il lene olio d'oliva
che conforta le membra ai lottatori.


I SEMINATORI.


Van per il campo i validi garzoni
guidando i buoi da la pacata faccia;
e, dietro quelli, fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.

Poi, con un largo gesto delle braccia,
spargon li adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levando al ciel le orazïoni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.

Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la terra. Nel modesto
lume del sole, al vespero, il nivale

tempio de' monti inalzasi: una piana
canzon levano li uomini, e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.


IL POMO.


Pendono i frutti, maturati a 'l roseo
calor de 'l sole, e tremano:
intatti ancora, poi che ad Ebe l'intima
dolcezza lor consacrano.

Vermigli sono e de 'l lor peso aggravano
i rami e de 'l lor numero;
e tale effluvio spargono aulentissimo
onde mi ride l'anima

tutta e ne 'l capo assai giocondi nasconmi
pensieri e vaghe imagini
di amore sì che in vero tutta ridemi,
come ne 'l vino, l'anima.

Sopraggiunge ne li orti Ebe, con subita
gioia; e ridendo gridami:
— O tu, o tu che siedi sotto l'albero
de 'l pomo, un frutto coglimi! —

— Non io te 'l coglierò, ma te medesima
leverò, fino a giugnere
il ramo, su le mie braccia, o dolcissima
Ebe. — Ed ella: — Or tu lévami

su le tue braccia. — Ed io la levo, a giugnere
il buon frutto che penzola
ed alletta, sì come ne la favola
antica del re Tantalo.

Ergesi il corpo d'Ebe, quale un'anfora,
da la mia stretta; e l'avide
mani ella tende a 'l ramo, in attitudine
bellissima; ed ai cúbiti

nudati le sorridono due rosei
cavi, due nidi rosei,
ove, meglio che a 'l frutto, io vorrei mordere,
me' che a l'inarrivabile

frutto. — Ancora! — ella grida — Ancora! Un ultimo
sforzo, ed ha vinto Tantalo! —
Ond'io più l'alzo; e più ne 'l desiderio
ardo, sentendo il palpito

de le sue membra. Grida ella: — Vittoria! —
E, d'un salto, si libera
da le mie braccia e fugge, abbandonandomi.
— Vittoria! — li orti echeggiano.

Poi ella torna, perocchè ne l'animo
sia pïetosa. Offrendomi
la cara bocca, ancora tutta rorida
de 'l succo, d'onde l'alito

esce fragrante come su da 'l calice
d'un fiore, dice: — Baciami! —
Ed a lungo io la bacio; e tutti fremono,
parmi, d'invidia li alberi.


LA VENDEMMIA.


Prema co 'l pié gagliardo un giovinetto,
entro il tino di quercia, le capaci
sacca ricolme d'uva succulenta;
ed all'urto gli scorra il mosto in rivi.

Poggiato ad una verde asta silvana,
ei moderi co 'l suo canto l'alterno
salto de' piedi; e sia composto, quale
è Dïonigi nel buon marmo acheo.

Gli ridano le membra, temperate
di grazia e di vigore, agili in ritmo.
Appariscano a fior del suo torace
adolescente i fieri archi dell'ossa,

come a studio segnati da preclaro
artefice; e le braccia al busto inserte
nitidamente sieno e nerborose
come d'atleta al disco esercitato;

e le gambe in lor moti abbian la maschia
venustà della forma e la lunghezza
quasi fluente, che alli Antichi nostri
in tele e in marmi assai furono care.

Vengan d'in torno le fanciulle al tino
da le prossime vigne, con canestri
di grappoli in su 'l capo; e faccian coro,
quali un dì le canéfore in Atene.

Fluiscano, di sotto alle calcagna
imporporate del vendemmiatore,
larghi rivi di mosto; e liberale
sia di gioia a l'umana opera il Sole.


LA NEVE.


Scende la neve su la Terra madre,
placidamente. E lei bianca riceve
la Terra ne' suoi giusti ozi, da poi
che all'uom copia di frutti ha partorito.

Guarda il bifolco splendere a' sudati
campi la neve, mentre siede al desco;
e a lui dal cuor la speme e dal bicchiere
sorride la primizïa del vino.

— Scendi con pace, o neve; e le radici
difendi e i germi, che daranno ancora
erba molta alli armenti, all'uomo il pane.

Scendi con pace; sì che al novel tempo
da te nudriti, lungo il pian ridesto,
corran qual greggia obedïenti i fiumi.



BOOZ ADDORMENTATO.

DA VICTOR HUGO


I.

Ora Booz giaceva, stanco le braccia e il petto,
però che faticato avea molto su l'aja.
Ed or giaceva alfine Booz, presso le staia
ricolme di fromento, ne 'l consueto letto.

Possedea grandi il vecchio campi d'orzo e di grano
al sole; e prosperavano i suoi campi in dovizia.
Se ben dovizioso, era mite ed umano
il vecchio; e incline avea l'animo a la giustizia.

Quando a sera tornavano da le agresti fatiche
carichi di manipoli i mietitori a torme,
ei, vedendo una femmina china cercar ne l'orme,
dicea: — Lasciate, o uomini probi, cader le spiche.

Così, candidamente, lungi da oblique strade,
di probità vestito e di lino, incedeva.
Parean publiche fonti le sue sacca di biade,
però che vi attingeano quanti la fame urgeva.

D'argento era la barba, come rivo d'aprile.
Le femmine guardavano, più che l'ésili e blande
forme di un uomo giovine, quella forma senile;
però che l'uomo giovine bello è, ma il vecchio è grande.

Il vecchio, risagliente a le origini prime,
entra nelli anni eterni, esce dai dì malcerti.
Al giovine una fiamma brilla ne li occhi aperti,
ma ne li occhi de 'l vecchio è una luce sublime.


II.

Ora Booz dormiva ne la notte tra i suoi.
Presso le mole simili ne l'ombra a monumenti,
i mietitori stavano distesi, come armenti
stanchi. E questo era in tempi lontanissimi a noi.

Le tribù d'Israello avean per capo un saggio.
La terra, esercitata da una gente errabonda
che ignote orme giganti scoprìa ne 'l suo passaggio,
tutta era molle ed umida pe 'l diluvio e feconda.


III.

Come Jacob e Judith, con le pálpebre chiuse
Booz giacea ne 'l grave sonno patriarcale.
Or la porta de 'l cielo su 'l suo capo si schiuse
e ne discese un sogno. Ed il sogno fu tale:

Booz vide una quercia fuor de 'l suo ventre in piena
vita sorgere e lenta giugner l'ultimo lume.
Una stirpe di umani vi s'ergea, qual catena:
un re cantava a 'l piede, moriva in alto un nume.

E mormorava Booz, sotto le verdi foglie:
— Come può mai, Signore, questo dunque accadere?
Su 'l mio capo fiorirono ottanta primavere:
ed io non ho figliuoli, ed io non ho più moglie.

Da gran tempo colei che meco ebbi giacente
ha lasciato il mio letto pe 'l tuo letto, Signore;
e noi siam l'una all'altro ancor misti d'amore,
ella pur semiviva ed io quasi morente.

Una progenie nuova da me sorgere a gloria?
Or come posso io dunque aver prole, o Signore?
La prima giovinezza ha trionfanti aurore:
esce il dì da la notte come da una vittoria;

ma la vecchiezza è tremula, quale ai venti alberello.
Io son vedovo, solo, ne 'l vespero, su 'l monte;
come un bove assetato piega all'acqua la fronte,
io l'anima reclino, mio Dio, verso l'avello. —

Così Booz parlava, ne la misteriosa
notte, e a Dio volgea l'occhio inerte; però che
l'alto cedro non sente a 'l suo piede una rosa
e non sentiva Booz una donna a 'l suo piè.


IV.

Mentre Booz dormiva, Ruth, una moabita,
s'era distesa ai piedi de 'l vecchio, nuda il seno,
sperando un qualche ignoto raggio o ignoto baleno
se venìa co 'l risveglio la luce de la vita.

Ora Booz inconscio dormiva sotto i cieli;
Ruth inconscia attendea, con pia serenità.
Una fresca fragranza salìa da li asfodeli,
e i soffi de la notte languìan su Galgalà.

Era l'ombra solenne, augusta e nuziale.
Volavan forse, innanzi a li occhi stupefatti
de li umani, erranti angeli; però che in alto a tratti
apparivano azzurri lembi simili ad ale.

Il largo respirare di Booz dormïente
mesceasi de' ruscelli a 'l romor roco e grave.
Era nel tempo quando la natura è soave:
i colli avevano gigli su la cima fiorente.

Ruth pensava; dormiva Booz. L'erbe alte e nere
ondeggiavano; in pace respiravan li armenti;
una immensa dolcezza scendea da i firmamenti.
Era l'ora in cui placidi vanno i leoni a bere.

Ogni cosa taceva in Ur e in Jerimàde.
Li astri riscintillavano su pe 'l cielo profondo;
il mite arco lunare, tra il giardino giocondo
de' fiori de la luce, risplendea su le biade;

e Ruth, immota, li occhi socchiudendo tra i veli,
chiedea: — Qual mietitore dio de l'eterna estate,
poi che le sue stellanti ariste ebbe tagliate,
gittò la falce d'oro ne 'l gran campo dei cieli?


NUZIALI.


AVE, SORELLA.


I.

Quando in terra a le soglie umili venne
Gabriele (d'intorno anche fiorìa
la terra al novel tempo?) udì la pia
Donna, tremando, il rombo de le penne.

Ma quel Messo, in un dolce atto e solenne
a l'Eletta parlò:— Bene ti sia;
il Signore sia teco; ave, Maria. —
E il fremito de l'alte ali contenne.

Non io vengo su alte ali recando
divin messaggio. Ahi troppo io feci schiava
l'anima e troppo il mio servire è antico!

Ma pur, tese le mani come quando
ne la serena puerizia orava,
io dolcemente — Ave, sorella — dico.


II.

Ave dico. —Per quante volte il mite
lume de li occhi suoi misericordi
ne' miei torbidi spiriti discordi
ridusse in pace ogni più trista lite;

(deh come belli su da le ferite
non anche chiuse i fiori de' ricordi
balzan fiammando! Tremano i precordi
in gran dolcezza. O fiori, aulite, aulite!)

per quante volte a la soave nostra
madre ella terse con man leniente
le lacrime ch'io feci a lei versare;

per quante volte seppe addormentare
ne le sue braccia il mio figliuol dolente,
Ave dico, ave dico; e il cuor si prostra.


III.

O sorella, felice sposa uscendo
da la mia casa che di pianti suona,
volgi la faccia sotto la corona
tu lacrimosamente sorridendo.

Io muto dietro a te le braccia tendo,
o mia sorella, o mia sorella buona;
la man ben usa al gesto che perdona,
la cara man che mi sanava io prendo.

Ti volgi tu, ne' veli; e mi conforti
porgendomi tra i fior la bianca fronte
ove già luce il sogno de 'l futuro.

Quindi varchi la soglia. E teco porti
quel ch'era in me, sopra le glorie e l'onte,
più sereno più giovine e più puro!


COMMIATO.


O mie rime, fiorite il suo cammino,
quando ella muove a la nova dimora,
trepida; e il dolce sposo è a lei vicino.

Rosea pe' veli splende la sua faccia,
come per la morente alba l'aurora.
Fiorite, o rime, la sua cara traccia!

S'ella vi rida, l'allegrezza è grande.
Ornate la sua porta di ghirlande.


EPILOGO.


A F. P. MICHETTI.


O Francesco, le ninfe de 'l Guercino
seminude accorrenti ne la caccia
ove Diana da le nivee braccia
tende a la strage il grande arco divino;

e la fatale donna de 'l Vecelli,
pallida, a cui ne le perfette mani
risplendono le gemme de li anelli
arcanamente, come talismani;

e il bel vïolinista Rafaele
a cui si piega sovra il collo puro,
quale un nobile giglio morituro,
esangue il capo d'angelo infedele,

o Francesco, per che virtù profonda
hanno l'anima tua rinnovellata?
Sorge l'anima tua, da la gioconda
communïone, fulgida ed alata

a l'Ideale che non ha tramonti,
a la Bellezza che non sa dolori?
Quando grida una voce: — In alto i cuori! —
raggiano de' poeti erte le fronti.

Oh pomeriggi chiari e dilettosi
in cui fiorì la tua nova fatica
e dentro i versi miei laboriosi
tremò il disìo de la bellezza antica!

Mentre ne l'ampia sala gentilizia
su i quadrati di marmo il sol fluiva
simile ad una lene acqua sorgiva
dilagando con placida letizia,

tu ne la tela, senza alcuna lotta,
l'oro fulvo rapivi a Tizïano,
io derivava in gloria d'Isaotta
i larghi modi de 'l Polizïano.

Una serenità lucida, eguale,
noi tenea. Da la tela a quando a quando,
me d'un fraterno riso illuminando,
tu levavi la faccia giovïale;

o, lento, senza volgere lo sguardo
da l'opra, amavi un tuo pensier felice
ornare, tu che come Leonardo
hai la dolce facondia allettatrice.

Io, ben uso a 'l gentil freno de l'arte,
come un orafo mastro di Fiorenza,
eleggea con acuta pazienza
le gemmate parole in su le carte;

ma, se de 'l mio pacato sofferire
il termine supremo era vicino,
a 'l cuor sentìa l'ebrïetà salire
quasi io bevessi un calice di vino.

Fluiva su 'l marmoreo pavimento
un lume biondo come l'idromele;
e il bel vïolinista Rafaele
parea toccar le corde a 'l suo stromento.

O Francesco, m'è grato il rammentare!
Or n'andremo a la patria, ove più molle
per la falcata riva ondeggia il mare
e più mite è l'olivo in cima a 'l colle.

Ne la tua vasta casa, ad ogni stanza
penderanno li arazzi medicéi
e, come ne' bianchi atrj di Pompei,
discenderà la luce in abondanza.

Tu, signor del pennello, io de la rima,
fingeremo beltà meravigliose.
E riderà de' miei pensieri in cima
quella che il suo d'amor giogo m'impose.

Su 'l vespro converranno a una tenzone,
ne l'orto pien di fonti e di roseti,
donne, scultori, musici, poeti,
principi, come in un decamerone.

E ne 'l convito calici e bicchieri
farà vermigli il dio vin de 'l paese:
andranno in torno i cani ed i coppieri
che amò ne le sue Cene il Veronese;

e i servi porgeranno in vasellami
d'argento frutti il cui vital sapore
da la bocca parrà giungere a 'l cuore
dando piacere per ignoti rami.

Poi sarà dolce insieme ragionare,
lungo i roseti, ne la notte bella;
o dormire su l'erbe; o pur vegliare
cantando in coro qualche ballatella.


EPODO.


AL POETA GIUSEPPE CELLINI.


I.

Cellini, erami assai duro ed ingrato
il tempo, quando in cieca ira venìa
a 'l grand'assedio de la vita mia
Amore con suo dardo avvelenato.

Ben ora a più gioconda signoría
una donna il mio senso ha costumato,
risuscitando ne 'l mio cor placato
uno spirto amoroso che dormía.

Con che mitezza accenna la sua faccia,
tra 'l diffuso fiorir de' ricci biondi,
in un colore angelico di perla!

Ride l'anima mia, solo a vederla;
tal serena bontà fuor de' profondi
occhi le sgorga, che tutto m'abbraccia.


II.

Amico, le mie tristi passïoni
or s'inchinano a lei, non più ribelli;
e volan alto, come lieti augelli,
per gran cieli d'amor le mie canzoni.

Vennero a lei le Grazie, in lor guarnelli
semplici a lei portando i rari doni,
come un tempo a Giovanna Tornabuoni
ne 'l bel fresco de 'l nostro Botticelli.

Vennero a lei le Grazie; ed ella, come
Giovanna, porse in atto di piacenza
il grembialetto a le visitatrici.

Ed esse la chiamarono per nome.
E ancora, parmi, de la lor presenza
risplendono le mie stanze felici.


III.

Quando ne la mia casa, ospite caro,
io t'avrò, se non sien duri li eventi,
in questi di settembre allettamenti
che indugiano pe 'l cielo umido e chiaro,

tesser vorrem di be' ragionamenti,
lungo le vigne camminando a paro,
o, ne l'ombra, Tibullo e Fiacco e Maro
ornar di sottilissimi comenti.

Ampia in torno sarà pace rurale.
Ma i nostri orecchi udranno ad ogni poco
da la pergola escir suoni di lira.

E il sol cadrà su' monti; e il mar natale
da lungi arriderà tra 'l roseo foco,
sospirando Tibullo da Corcira.


AL POETA GIULIO SALVADORI.

(rileggendo Omero)

I.

Son paghi i voti miei. Divin custode
ondeggia innanzi a la mia porta il mare.
Canta, grave e soave: il suo cantare
ha un'ignota virtù su l'uom che l'ode.

Qual gregge, con un lento digradare
scendon li olivi a le ricurve prode;
in su 'l meriggio la pia selva gode
le chiome ne la queta onda specchiare.

Son paghi, o amico, i voti miei. Conviene
Omero ne' giocondi ozi: non cede
pur la sua voce a 'l grande equoreo coro.

Quale il Sole per l'alte aure serene,
fulgido, lungo i liti Achille incede
ne la lorica tutta quanta d'oro.


II.

In vano, in van tra le colonne parie
de 'l mio sogno di lusso e di piacere
le bellissime forme statuarie
ridon pur sempre. — O sacre primavere

de l'arte antica, o grandi e solitarie
selve di carmi ove raggianti a schiere
passan li eroi, ne l'arida barbarie
de l'evo or chiedo splendami a 'l pensiere

la vostra luce! — Troppo in un malsano
artifizio di suoni io perseguii
a lungo de l'amor le larve infide.

Ora un lucido senso alto ed umano
me invade, poi che novamente udii
cozzar ne 'l verso l'armi de 'l Pelide.


AL POETA ANDREA SPERELLI.


Sperelli, piange ne 'l tuo cor profondo
l'Anima al fine disperata e sola?
Fa che raccolga ogni dolor del mondo.

Come l'oliva sotto la gran mola
geme un olio soave, il tuo cor franto
geme il verso che esalta e che consola.

Apri una vena al tuo già chiuso pianto.
Corra improvviso un caldo flutto umano
per le tue strofe e s'oda alto lo schianto.

Veggasi tutto il sangue tuo mal sano
rompere fuora e fumigar la piaga
incesa ben da la tua stessa mano.

L'Anima trista che non fu mai paga
narri ai poeti la tremenda angoscia
durata in braccio de l'antica Maga.

Come talora la bandiera floscia,
in cima de l'antenna, alto garrire
s'ode repente se il turbine scroscia,

così, tolta a quel suo lungo morire,
or la tua volontà fiammando forte
al soffio del dolor riprenda ardire.

Tu, co 'l tuo pugno, chiuderai le porte
del cupo laberinto insidioso
ove lasciasti tante cose morte.

Ucciderai quel Sogno che il riposo
ti tolse ed in balia l'Anima tenne
e bevve il sangue tuo voluttuoso.

Quel Sogno che la tua vita contenne,
quel vivo Sogno cadrà, sanguinando
qual mozzo capo sotto la bipenne.

Cadrà, con un sorriso muto; e quando,
muto, ti guarderà con li occhi fissi,
pieni d'ombra e di lacrime, implorando,

tu sentirai salir su da li abissi
de l'esser tuo un grido non umano;
e sarà peggio che se tu morissi.

O amico, o tu che soffri, ecco la mano!
Io fui già prode. Io son che, senza grida,
feci tutti i miei sogni a brano a brano.

La creatura bella ed omicida
che si nutriva del mio cor possente
non più m'attira ne l'alcova infida.

E anch'ella simigliava oscuramente
l'Essere ambiguo, il prodigioso Mito
che Leonardo amò ne la sua mente.

Ell'era l'ideale Ermafrodito,
era il pensato Andrògine. Lo sguardo
suscitava un affanno indefinito,

mordeva il cuore, acuto come un dardo;
senza mai tregua, né tristi né liete
sorridevan le labbra... O Leonardo,

insonne Prometèo, sottile Ermète,
bel semidio, quali Anime divine
chiudesti ne le tue Forme segrete?

Una di quelle mute anime al fine
un giorno mi parlava d'improvviso;
Anima con pupille sibilline,

Anima con le labbra e con un riso,
un riso inestinguibile ed esiguo,
che le labbra effondean per tutto il viso.

Intento mi guardò l'Essere ambiguo.
Dietro il suo capo risplendea lontano
sotto un ciel dolce un bel paese irriguo.

Mi guardò e mi disse: — In vano, in vano,
Giovine, t'affatichi a penetrarmi.
Il mio grande segreto è sovrumano.

Il tuo desire è contro me senz'armi.
Non giunge fino a me la tua preghiera.
Vincermi tu non potrai, né puoi stancarmi.

Io son la Sfinge e sono la Chimera.
O tu che sogni, qui ne le mie dita
la trama del tuo sogno è prigioniera.

O tu che soffri, io so la tua ferita.
Ma nulla più mi turba e più m'accora.
Io conosco le leggi de la Vita.

Io guardo in me. Le tènebre ch'esplora
il mio sguardo profondo, internamente,
m'attraggon più d'ogni più bella aurora.

Che è l'aurora? Che è mai l'ardente
spira de li astri, il mar blando e feroce?
Io guardo in me con le pupille intente.

Sola io contemplo, sola e senza voce,
un mar che non ha fondo e non ha lido.
O tu che soffri, il tuo soffrire è atroce;

ma non saprai giammai perché sorrido. —


__________________________

NOTE.

RONDÒ PASTORALE, pagina 217.

Questo rondò è composto, metricamente, sopra un esemplare di Clemente Marot. Li altri quattro sono composti a similitudine di quelli (più propriamente Rondels) attribuiti a Francesco Villon, che son meno esatti. L'ultimo segue la regola di Carlo d'Orléans.


OUTA OCCIDENTALE, pagina 232.

Leggendo l'elegantissima traduzione che ultimamente Judith Gautier ha fatta di talune poesie giapponesi, tentai di riprodurre in italiano la struttura di una outa; ed aggiunsi le rime.

I Giapponesi, pure ammirando i versi chinesi e talvolta imitandoli, si attengono di preferenza alla poesía nazionale che chiamasi outa. Due specie di outa vi sono: l'outayé-outa, da cantarsi con compagnía di stromenti o senza; e la yomi-outa, da leggersi. La prima è più lunga, spesso lasciva ed oscena; la seconda è più corta, si compone di pochissime linee senza rima e senza ritmo, ma d'un determinato numero di sillabe seguentisi in un ordine stabilito.

La più elementar forma di poesía giapponese è la strofa di cinque versi, di cui il primo è di cinque piedi, il secondo di sette, il terzo di cinque, e di sette li altri due. In complesso, trentun piedi.

Per esempio, ecco una outa della principessa Issé:

Harou goto ni
Nagarourou Kawa o
Hanato mité
Orarénou mizou ni
Sodé ya Norénamou.

La quale outa vuol dire: "Per cogliere i fiori di prugno, i cui colori agita l'acqua, io mi son chinata verso l'acqua; ma, ahimè!, io non ho colto i fiori e la mia manica è tutta bagnata."

Nella mia occidentale la frequenza della rima e il ritmo troppo accentuato tolgono alla strofa gran parte del suo carattere primitivo.


DONNA FRANCESCA, IX, pagina 157.

Alcune particolarità descrittive di questa poesía sono tratte dal Tentation de Saint Antoine di Gustavo Flaubert. E la poesía in sè non ha nemmen l'ombra d'una intenzione antireligiosa; ma è una semplice e pura ed anche, se si vuole, oziosa esercitazione di stile e di metrica.


DONNA FRANCESCA, XII, pagina 168.

Fra Bartolomeo Della Porta, domenicano di San Marco, uno dei più singolari artefici del Rinascimento fiorentino, soleva, prima di cercar le pieghe delle vesti per le sue figure sacre, disegnare i corpi nudi dal vero. La pittura di cui si parla è una tavola che gli fu allogata da Piero Soderini per la sala del Consiglio, «nella quale sono tutti e' protettori della città di Fiorenza, e que' Santi che nel giorno loro la città ha aute le sue vittorie», come porta il Vasari.

La Galleria delli Uffici possiede alcuni bellissimi disegni che il Frate fece per la detta tavola. Uno di quei disegni (n. 1204), eseguito a penna, rappresenta nude le figure comprese nella parte inferiore della composizione; e tra le figure è la Vergine assisa con su le ginocchia il bambino Gesù.


DONNA FRANCESCA, XIV, pagina 170.

La miniatura del Breviario del cardinal Grimani, attribuita al Memling, rappresenta li angeli che offrono a Dio l'anime de' nuovi eletti. È del quattrocento; e si trova a Venezia, nella Biblioteca di San Marco.


AL POETA GIUSEPPE CELLINI, II, pagina 318.

Il fresco di Sandro Botticelli, raffigurante Giovanna Tornabuoni e le tre Grazie, si trova ora nel Museo del Louvre, guasto in più parti. È, come quasi tutte le opere di quel meraviglioso pittore, d'una straordinaria bellezza.


AL POETA ANDREA SPERELLI, pagina 322.

Per afferrare bene l'intima essenza di questa poesia, bisogna tornar con la mente al mio romanzo intitolato Il Piacere, di cui Andrea Sperelli è il principal personaggio: "Andrea Sperelli, ammalato di egoismo estetico, che dall'esaurimento stesso del Piacere e dalle amarezze che gli lascia nell'anima e dalle stanchezze onde gli affatica il corpo, ne intende la vanità e la miseria, e si sente attratto verso la grande salvezza di questi anacoreti della società moderna, verso la Vita multipla e multiforme, vibrante, sonante, trascinante, e verso la grande Arte rispecchiatrice dei fenomeni e delle passioni del mondo."

"È il romanzo della lotta d'una mostruosa Chimera estetico-afrodisiaca col palpitante fantasma della Vita nell'anima d'un uomo."



EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Poesie di Gabriele D'Annunzio - L'Isottèo - La Chimera", Fratelli Treves Editori, Milano, 1890  ( Vedi )







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